Il governo kazako si oppone al fermo temporaneo del maxi-giacimento di Kashagan, uno stop programmato per manutenzione di circa 30 giorni che farebbe mancare 400mila barili al giorno per un totale di 12 milioni. Troppi secondo le autorità del Kazakhstan, che all’ultimo momento avrebbero imposto al consorzio Ncoc (North Caspian Operating Company) di posticipare gli interventi al 2027 e continuare a produrre a regime per massimizzare i profitti da esportazioni, sfruttando il rialzo del greggio. Il blitz di Astana ha l’obiettivo di limitare altre ripercussioni sulla produzione nazionale, dovute al malfunzionamento del giacimento super giant di Tengiz (Chevron), che a maggio ha dovuto abbassare i volumi giornalieri da 900mila a 300mila barili.
Secondo il sito Upstream il 30 maggio, ad appena due giorni dal previsto fermo di Kashagan, il viceministro dell'energia Kayyrkhan Tutkyshbayev ha inviato una lettera ai vertici di Ncoc per comunicare la decisione con effetto immediato.
La scelta di rinviare la manutenzione, che non è così comune e richiede un’attenta analisi, ricadrebbe direttamente sul primo ministro, Olzhas Bektenov. Del consorzio che sviluppa Kashagan fanno parte Eni (che sta investendo anche nelle rinnovabili nel Paese), Shell, TotalEnergies ed ExxonMobil, con quote paritetiche del 16,81%, mentre la compagna nazionale kazaka, KazMunayGaz, ha una partecipazione appena più alta, il 16,88%. Seguono China National Petroleum Corporation (8,33%) e la giapponese Inpex (7,56%).
Meno problemi, invece, per l’altro giacimento kazako, quello di Karachaganak, uno dei più grandi al mondo, con riserve stimate in circa 1,2 miliardi di tonnellate di petrolio e 1,35 trilioni di metri cubi di gas. Operato da Eni con un interesse di oltre il 29% e partecipato da Shell, Chevron, Lukoil e dall’immancabile KazMunayGaz, dovrà ugualmente mettersi in pausa per manutenzioni programmate, ma il suo fermo non preoccupa il governo kazako, «L’impatto sarà limitato», ha detto il ministro dell'Energia, Yerlan Akkenzhenov.
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