No a interventi fiscali sistematici per contenere gli aumenti dei prezzi dei carburanti: «si può fare una volta, due volte, in via emergenziale ma non si può fare ogni volta che aumentano i prezzi perché la risposta rischia di essere peggiore del male». Lo ha spiegato il presidente del Cnel, Renato Brunetta, in audizione sul Documento di Finanza Pubblica presso le Commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato.
In particolare, «cercare di calmierare i prezzi dei prodotti energetici agendo sulle imposte che vi gravano finirebbe per accentuarne la scarsità perché ne stimolerebbero il consumo, che è l'esatto opposto della direzione verso cui siamo costretti a muoverci».
Per Brunetta, invece, «occorre ripensare agli incentivi per il risparmio energetico» e proseguire la strada della diversificazione energetica. «Il principio economico – ha ricordato Brunetta – lo aveva insegnato anche Rosmini ad Alessandro Manzoni: Quando un bene diventa più scarso il suo prezzo aumenta e l'aumento del suo prezzo serve a ridurre la domanda».
«Il prolungamento del blocco» dello Stretto di Hormuz «anche di sole tre-quattro settimane farebbe esaurire le scorte e causerebbe una grave scarsità di petrolio e gas naturale e di alcuni loro derivati». Tra i derivati a rischio, ha aggiunto, «dai carburanti ai fertilizzanti alle materie plastiche e ad altre componenti chimico-farmaceutiche, con effetti a catena molto importanti nelle dimensioni e nelle conseguenze». In questo scenario, secondo Brunetta, «l’economia mondiale verrebbe potenzialmente precipitata in una recessione di entità significativa», aggravata dalle interrelazioni con la finanza, «via aumento del costo del denaro, restrizione del credito e perdita di valore della ricchezza, e dalla depressione delle aspettative degli operatori, famiglie e imprese».
L'Europa in generale e l'Italia in particolare «sono più esposte in questa crisi rispetto ad altre aree del Mondo che sono più indipendenti dalle importazioni per l'approvvigionamento energetico». Nel dettaglio, ha ricordato Brunetta, «l'Unione europea dipende dall'estero per il 57% del suo fabbisogno di energia e l'Italia addirittura per il 74%». Inoltre, «l'Italia si rifornisce dai Paesi del Golfo per l'11% del suo fabbisogno di petrolio greggio, per il 33% dei prodotti petroliferi e per il 10% del gas naturale». Per Brunetta «non basta diversificare quando ormai non c'è Paese extraeuropeo che possa davvero definirsi politicamente stabile e quindi affidabile».
La crisi appena iniziata «costerebbe nella migliore delle ipotesi circa sei mesi di crescita all'Italia». Brunetta ha richiamato anche la necessità di «prepararsi ed essere pronti a intervenire nel caso del realizzarsi degli scenari più negativi, perché la migliore cura è la prevenzione. E se l'economia rischia di andare a infrangersi contro il muro della carenza di energia è bene essere pronti a sterzare per evitare l'impatto».
Sicuramente «è attraente» provare ad affrontare le conseguenze economiche del conflitto in Medio Oriente «ma del tutto sconsigliabile fare da soli». Anche perché, ha spiegato Brunetta, «senza aspettare le eventuali reprimende europee», ha proseguito, «sarebbero i mercati finanziari a punirci con tassi più alti e spesa pubblica per interessi più elevata, con tutte le conseguenze negative che conosciamo bene». Per Brunetta, dunque, «è l’Europa che nel suo insieme deve preparare un piano B, cioè un piano che permetta di affrontare le conseguenze del prolungamento della crisi del Golfo Persico».
L’Europa ad oggi sta «di fatto temporeggiando con raccomandazioni che rischiano di essere centrifughe e di allargare i divari tra i Paesi europei, non solo in campo energetico». La causa, secondo Brunetta, è che all’Unione «manca una strategia comune dotata di strumenti finanziari adeguati analoghi a quelli di Next Generation Eu, ossia della creazione di uno spazio fiscale che serva strategicamente a ridurre e possibilmente eliminare la vulnerabilità energetica». Brunetta ha inoltre ricordato che «le nuove tecnologie digitali sono estremamente energivore, per cui non ha senso voler puntare su quelle tecnologie, come giustamente ci ha stimolato a fare il Rapporto Draghi, se non ci si dota contemporaneamente di sufficienti fonti di energia primaria». (riproduzione riservata)