«L’America innova, la Cina replica, l’Europa regola». Ciclicamente il proverbio americano calza a pennello per descrivere il ruolo del Vecchio Continente nelle dinamiche internazionali. Questa volta le norme si sono trasformate in una spada di Damocle per l’industria automobilistica europea, già in difficoltà per il rallentamento generale delle vendite.
Nel 2024 il mercato delle nuove auto è cresciuto dello 0,9%, un timido rialzo sostenuto da un forte interesse verso le ibride (+33%) ma frenato dallo scarso appeal dell’elettrico (-10,2%), cioè delle stesse auto a batteria che le case produttrici dovrebbero vendere per riuscire a rispettare le nuove regole sulle emissioni, pena l’imposizione di multe.
Roberto Vavassori, amministratore esecutivo di Brembo nonché presidente dell’Anfia, usa l’espressione «bulimia regolatoria» per descrivere, parlando con Milano Finanza, lo stato dell’arte in Europa. «Abbiamo scopi nobili e condivisibili; il problema è che cosa chiediamo di fare per raggiungere i traguardi che ci siamo posti».
Secondo le nuove regole, nel 2025 la media delle emissioni di auto immatricolate da ciascun costruttore non potrà superare i 93,6 grammi di CO2 per chilometro, pena una sanzione di 95 euro per ogni grammo di anidride carbonica in eccesso. Se si guarda alle vendite, il conto si preannuncia salato per l’industria. Il gruppo tedesco Volkswagen ha stimato che le multe quest’anno potrebbero costargli 1,5 miliardi di euro.
Così, nell’incertezza di un passo indietro politico e di un incremento delle vendite di modelli elettrici, le aziende automobilistiche europee si sono organizzate in altro modo: acquisteranno crediti di carbonio dai gruppi più virtuosi, come Tesla e Geely.
«In gergo si parla di pooling agreements. Sono accordi simili a quelli siglati tra aziende di altri settori all’interno dell’Emissions Trading System, il sistema europeo per lo scambio di quote di emissioni (Ets1, ndr), ma che avvengono tra privati e arricchiscono le loro tasche», spiega Vavassori.
La regolamentazione europea rischia così di tradursi in finanziamenti per americani e cinesi. Secondo Reuters, nei primi nove mesi del 2024 le vendite di carbon credits hanno rappresentato il 3% delle entrate totali della Tesla di Elon Musk. E il peso è destinato ad aumentare a discapito della competitività e dell’innovazione europea.
«Purtroppo questi crediti vengono trattati come un oggetto finanziario, sono soggetti a speculazioni e a valutazioni al rialzo e al ribasso. Se qualche anno fa l’emissione di qualche tonnellata di CO2 aumentava i costi di un settore di 40 euro circa, oggi rischia di costarne dai 92 euro in su».
Eppure lo scopo degli Ets è rendere sconveniente l’uso dei combustibili fossili incrementando gli investimenti in tecnologie pulite. Secondo Statista, il mercato della compensazione e dei crediti di carbonio è destinato a raggiungere un valore di 1.607 miliardi di dollari nel 2028. Intanto si pensa a che cosa regolare dopo, come con l’Ets2, il nuovo e separato sistema dedicato ai trasporti su strada e agli edifici. «Si può continuare a regolamentare ma le regole devono essere competitive», avverte il presidente dell’Anfia. (riproduzione riservata)