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Elliott entra in Northern Star e spinge per revisione strategica: sul tavolo la possibile vendita del colosso dell’oro australiano
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Elliott entra in Northern Star e spinge per revisione strategica: sul tavolo la possibile vendita del colosso dell’oro australiano

02 giugno 2026, 08:50 Ultimo aggiornamento: 14:30

Non solo il fondo attivista Elliott ha acquisito una quota superiore al 4% nel maggior produttore d’oro dell’Australia, ma sta facendo pressione affinché l’azienda avvii una revisione strategica e nomini un ceo esterno

Solo tre mesi fa la capitalizzazione di mercato di Northern Star Resources aveva raggiunto un massimo storico. Ora, dopo che il titolo è crollato del 42%, il produttore aurifero australiano da 26,5 miliardi di dollari australiani (17,8 miliardi di dollari statunitensi) è diventato l’ultimo obiettivo del fondo attivista Elliott Investment Management.

L'ingresso di Elliott nel capitale di Northern Star

Non solo la società di investimenti guidata da Paul Singer ha acquisito una partecipazione superiore al 4% nel maggior produttore d’oro dell’Australia, ma sta facendo pressione affinché l’azienda avvii una revisione strategica, che potrebbe includere anche una possibile vendita del gigante minerario. Più in dettaglio, il noto investitore con sede in Florida ha reso noto di detenere in Northern Star una quota che vale oltre 1 miliardo di dollari australiani (716 milioni di dollari Usa). E il 2 giugno alla borsa di Sydney il titolo è balzato del 13,6% a 21,03 dollari australiani.

Da parte sua Northern Star ha dichiarato in un comunicato diffuso martedì 2 giugno di accogliere con favore l’opportunità di un «dialogo costruttivo» con Elliott in qualità di azionista della società. L’azienda mineraria ha aggiunto che, insieme al proprio consulente, Goldman Sachs, «valuta regolarmente opportunità strategiche sia per quanto riguarda la gestione dell’attuale portafoglio di asset sia in relazione a possibili operazioni straordinarie di fusione e acquisizione».

Le critiche alla gestione operativa e i costi in aumento

Secondo Elliott, nonostante Northern Star possieda asset auriferi di livello mondiale, la società ha registrato performance inferiori alle attese a causa di errori operativi, sforamenti dei costi e una strategia aziendale poco coerente tanto che ha più volte rivisto al ribasso le sue previsioni dopo aver riscontrato problemi presso l’impianto di trattamento dell’oro nel distretto aurifero di Kalgoorlie, uno dei più importanti nell’Australia Occidentale, oltre che nella miniera di Jundee, a nord di Kalgoorlie.

All’inizio di gennaio, in particolare, Northern Star ha ridotto le stime di produzione fino all’8%, attribuendo il taglio a «episodi isolati», tra cui il guasto di un macchinario in una miniera. Il ritardo con cui la società ha comunicato tali problemi le è valso una richiesta formale di chiarimenti da parte della borsa australiana. Più tardi, nello stesso mese, l’amministratore delegato, Stuart Tonkin, ha dovuto ammettere che i costi operativi sarebbero aumentati fino al 25%, così come gli investimenti necessari per un nuovo impianto di lavorazione dell’oro.

Tonkin ha, inoltre, commesso quello che viene definito un classico errore da principiante, invitando gli analisti a non concentrarsi sui «dettagli ormai alle spalle», salvo poi ridurre nuovamente le stime di produzione appena due mesi dopo di un ulteriore 6%.

La richiesta di una revisione strategica e di una vendita

Per tutti questi motivi Elliott ha chiesto al gruppo di avviare una revisione strategica che includa anche una possibile vendita, parallelamente alla ricerca di un nuovo amministratore delegato. «Riteniamo che Northern Star susciterebbe un significativo interesse strategico da parte di potenziali acquirenti», ha affermato Elliott in una presentazione agli investitori.

Una vendita della società consentirebbe di sfruttare l’interesse di potenziali acquirenti dotati di ingenti risorse finanziarie in un mercato m&a particolarmente vivace, che nell’ultimo anno ha registrato almeno dieci operazioni superiori al miliardo di dollari. Per Elliott Northern Star può spuntare un premio del 40% rispetto al prezzo di chiusura del 1° giugno in caso di cessione a un gruppo come Newmont, con sede in Colorado, oppure alla canadese Agnico Eagle Mines, due dei possibili acquirenti indicati dal fondo. Anche in questo scenario il prezzo rimarrebbe del 10% al di sotto della valutazione media basata sul net asset value, ma rappresenterebbe comunque un rendimento eccezionale.

Il rinnovo del cda e il valore del titolo

Il fondo sta, inoltre, spingendo per un rinnovo del consiglio di amministrazione, al fine di introdurre nuove competenze. Tonkin, amministratore delegato dal 2016, lascerà il proprio incarico nei prossimi mesi, come già annunciato dalla società a maggio.  Secondo Elliott, il titolo è scambiato a un valore pari ad appena il 69% del suo net asset value contro una media del settore pari a 1,08 volte il nav. Eppure Northern Star possiede alcuni dei migliori giacimenti auriferi al mondo, incluso Hemi, uno dei più promettenti nuovi progetti minerari attualmente in fase di sviluppo.

Per questo motivo il fondo attivista sta insistendo affinché il prossimo ceo venga scelto all’esterno dell’azienda e affinché nel board entrino nuovi membri con una forte esperienza nel settore minerario, oltre a rafforzare l’intero team dirigenziale. Ma un processo di questo tipo potrebbe richiedere almeno 18 mesi, se non di più.

Per ora Northern Star resta concentrata sul raggiungimento degli obiettivi previsti per l’intero esercizio e ha assicurato che l’espansione dell’impianto di Kalgoorlie procede secondo i piani, con l’entrata in funzione attesa all’inizio del 2027.

I precedenti di Elliott nel settore minerario

Già in passato il fondo attivista, che alla fine del 2025 gestiva 79,8 miliardi di dollari di asset, ha condotto diverse campagne di successo nei confronti di grandi gruppi minerari: lo scorso anno ha acquisito una quota consistente in Barrick Mining mentre il secondo maggior produttore d’oro al mondo faticava a beneficiare del rialzo dei prezzi del metallo prezioso. Nel caso di Bhp Group ha sostenuto la separazione delle attività petrolifere e del gas naturale e la semplificazione della struttura societaria. Infine, è intervenuto in Kinross Gold, contribuendo all’attuazione del programma di buyback da 300 milioni di dollari. (riproduzione riservata)



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