Gli Stati europei possono legittimamente introdurre regolamenti nazionali sull’equo compenso per gli editori. È questa la posizione assunta il 10 luglio 2025 dall’avvocato generale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il polacco Maciej Szpunar, nell’ambito della disputa tra Meta (proprietaria di Facebook e Instagram) e l’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni).
La società di Mark Zuckerberg contesta il regolamento italiano, che prevede per gli editori un compenso fino al 70% dei ricavi generati dalle piattaforme tramite gli articoli. La tesi della big tech è che le norme, stilate nel 2022 dall’Agcom, siano in contrasto con la direttiva Ue sul copyright.
Nel 2023 il Tar del Lazio ha accolto alcune istanze di Meta, rimandando però alcuni punti della questione alla Corte di Giustizia Ue e sospendendo il regolamento. Tuttavia, a marzo 2024 il Consiglio di Stato ha ripristinato l’efficacia delle norme Agcom, revocando la sospensiva del Tar.
Le regole europee, sintetizza Szpunar, «non ostano alle disposizioni interne di uno Stato membro che prevedono per gli editori di giornali il diritto di ottenere un’equa remunerazione quale corrispettivo dell’autorizzazione all’utilizzo delle loro pubblicazioni da parte dei prestatori di servizi della società dell’informazione». L’Agcom, dunque, aveva il diritto di affiancare un regolamento nazionale alle disposizioni europee.
Le opinioni dell’avvocato generale non sono vincolanti, ma spesso sono accolte dalla Corte che si dovrà ora pronunciare sul caso. La decisione della giustizia europea farà a sua volta da guida ai tribunali nazionali per chiudere la questione. (riproduzione riservata)