«Economia della guerra» e «guerra dell’economia»: è su questa distinzione che si fonda Il prezzo della guerra, il saggio appena arrivato in libreria firmato dal ricercatore e professore di Scienza delle finanze all’Università Cattolica Paolo Balduzzi e dal giornalista e caporedattore di SkyTG24 Andrea Bignami.
Se l’economia della guerra si basa sulla mobilitazione delle risorse per sostenere un conflitto armato, la guerra dell’economia è figlia della globalizzazione e si combatte quando carri armati e aerei vengono sostituiti da sanzioni e strumenti finanziari. La battaglia si misura con il dominio delle reti globali e con la capacità di influenzare i mercati.
Gli autori affrontano il caso delle sanzioni occidentali imposte alla Russia nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, con il relativo congelamento degli asset di istituzioni finanziarie e delle riserve della Banca centrale russa all’estero. Sono cifre che ammontano a 300 miliardi di euro, pari al 66% delle riserve complessive dello Stato. Alcune banche sono state escluse dai sistemi di pagamento internazionale come Swift, mentre circa il 70% degli asset detenuti dal sistema bancario russo è ad oggi sotto restrizioni.
Nel novembre 2024 il rublo ha raggiunto il valore più basso dall’inizio del conflitto (102,58 rubli per dollaro) e nel 2025 Mosca ha aumentato del 30% le spese per la difesa. Sul fronte opposto, l’Ucraina vive una condizione di «coinvolgimento economico totale»: le spese militari superano il 50% del bilancio nazionale e la ricostruzione richiederà oltre 486 miliardi di dollari.
Il prezzo della guerra guarda anche al Medio Oriente, dove i conflitti armati si intrecciano con l’interdipendenza economica e il controllo delle risorse energetiche. A seguito dell’attacco di Hamas del 7 ottobre, circa il 69% delle infrastrutture di Gaza è stato danneggiato o distrutto e la Banca Mondiale ha stimato danni economici per 18,5 miliardi di dollari. Un tracollo che non resta confinato all’area: le tensioni mediorientali generano volatilità nei prezzi del petrolio, influenzati dal potere dell’Opec+.
Ma ci sono eventi di vasta portata che possono avere impatti paragonabili a quelli di una guerra. Secondo il cosiddetto «effetto spostamento», anche recessioni o pandemie rendono accettabile un aumento della spesa pubblica e della tassazione. È il caso del Covid-19, che ha provocato un calo del Pil globale del 3,1% nel 2020.
A livello europeo, una conseguenza del Covid è stato il Next Generation Eu, piano di investimenti con cui Bruxelles ha superato la propria reticenza verso il debito comune.
Proprio all’Europa, spiegano Balduzzi e Bignami, serve un modello di «economia di prontezza», che non significa scivolare in una guerra permanente, bensì superare il falso dilemma tra «burro e cannoni»: non può esserci welfare senza sicurezza. Nell’economia si possono trovare anche deterrenza e pace. (riproduzione riservata)