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Ecco perché l’economia americana e il dollaro sorprenderanno in positivo
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Ecco perché l’economia americana e il dollaro sorprenderanno in positivo

di Luigi Buttiglione*
29 settembre 2025, 20:10

Il settore privato Usa ha in questa fase una forza propulsiva senza eguali nel contesto internazionale. E il trend di produttività è molto superiore a quello europeo

Gli Stati Uniti a causa del presidente Donald Trump sicuramente non godono di buona stampa, soprattutto in Europa. Scorrendo le pagine dei giornali o le note di vari analisti se ne potrebbe ricavare l’impressione che l’economia americana sia sull’orlo del baratro a causa delle tariffe, in salute peggiore di quella europea. La realtà è però ben diversa. È senz’altro vero che lo spettro di tariffe commerciali esorbitanti, in grado di arrestare gli scambi commerciali, aveva spaventato nei primi mesi dell’anno aziende e consumatori americani, che avevano rallentato le decisioni di spesa. Nel primo trimestre infatti il pil Usa si era contratto a un tasso annualizzato dello -0,6% dopo essere cresciuto di oltre il 2,5% nel semestre precedente. Il rallentamento dell’attività economica si è poi riflesso con l’usuale ritardo in una frenata del mercato del lavoro. Infatti, anche se sfugge a molti e può apparire contro-intuitivo, le decisioni di assumere lavoratori da parte delle aziende tendono a seguire e non ad anticipare gli andamenti della domanda di beni e servizi. La conseguenza è stata che fra maggio e agosto l’aumento mensile della occupazione americana è sceso a poco meno di 30 mila unità dalle 180 mila dei sei mesi precedenti. Sicuramente una brusca frenata che ha indotto, nonostante il rialzo dell’inflazione, la Federal Reserve a ridurre in settembre i tassi di interesse di un quarto di punto e i mercati ad attendersi una sequenza di ulteriori tagli.

La ripresa veloce sorprende il mercato

Ma la storia non è finita qui. Infatti la paura delle tariffe non è durata molto, almeno per i mercati americani. Gli aumenti tariffari, pur non irrilevanti, si sono rivelati inferiori a quanto inizialmente temuto e annunciato da Trump nel Liberation Day. Inoltre, con la sola eccezione della Cina, i principali partner commerciali degli Usa non hanno adottato alcuna ritorsione nei confronti delle merci americane, che ne avrebbero danneggiato l’esportazione. Il risultato è stato che i listini azionari Usa sono rimbalzati fortemente (l’S&P500 di oltre il 30% dai minimi di aprile), l’ottimismo delle imprese è ritornato e così la spesa dei consumatori. Nel secondo trimestre, sulla base di dati rivisti la settimana scorsa, la crescita del pil è rimbalzata al 3,8% e la domanda interna dal 2 al 2,6%. Inoltre la forte espansione sta continuando nel terzo trimestre: le nostre previsioni per la crescita del pil Usa si attestano attorno al 3%, il doppio di quelle del consenso di mercato, che, fatto ancor più straordinario, si collocavano fino a poco tempo fa al di sotto dell’1%. Se le nostre previsioni si rivelassero corrette, si tratterebbe di una ripresa robusta che - se anche la nostra analisi sul mercato del lavoro a traino dell’economia, e non viceversa, si rivelasse esatta - non potrebbe non riflettersi in un aumento dell’occupazione. Lo stesso dicasi per l’inflazione, che un’economia in progresso tenderebbe a spingere verso l’alto, favorendo anche la trasmissione ai prezzi finali dell’aumento delle tariffe. In questa situazione una Fed politicizzata taglierebbe probabilmente ancora i tassi a ottobre, ma non potrebbe continuare a farlo nei mesi successivi, come attualmente atteso dai mercati. Ne conseguirebbe infatti un forte aumento delle aspettative di inflazione e dei tassi a lungo termine, con ripercussioni negative per larghi settori dell’economia.

La divergenza Usa-Europa

La ragione del nostro ottimismo sull’economia americana è che, anche se la presidenza Trump si è rivelata sin qui un fardello, il settore privato Usa ha in questa fase una forza propulsiva senza eguali nel contesto internazionale. Il trend di produttività dell’economia degli Stati Uniti è enormemente superiore a quello europeo, per non parlare dell’Italia. Dal 2000, anno di introduzione dell’euro, a oggi la produttività per lavoratore è aumentata di circa il 40% negli Usa contro il 10% nell’Eurozona. In Italia la produttività è addirittura scesa, di circa il 7%, andamento che spiega gran parte dei nostri problemi. Questa divergenza, con buona pace di Trump, non si sta riducendo e riteniamo che non si ridurrà negli anni a venire. Il divario tecnologico a favore degli Stati Uniti, per nominare uno dei fattori determinanti, è in aumento, se non altro per la spinta dell’intelligenza artificiale. In questo contesto di crescita, inflazione e tassi Usa più alti che nel resto del mondo e rispetto alle attese dei mercati, anche le prospettive del dollaro appaiono differenti rispetto al forte indebolimento degli ultimi mesi e, ancor di pù, rispetto alle aspettative di molti operatori. È di questi giorni un articolo sul Financial Times che cita le attese di alcune grandi case di investimento che vedono la valuta americana in ulteriore, forte ribasso: Goldman Sachs prevede un cambio euro-dollaro a 1,25 entro 12 mesi rispetto all’attuale 1,17. Date le nostre previsioni di crescita, inflazione e tassi europei in ribasso rispetto ai livelli correnti, ci aspettiamo invece un rafforzamento della valuta Usa, a meno di mosse di Trump che distruggano, non solo a parole, le istituzioni americane. (riproduzione riservata)

*fondatore e ceo di Lb Macro



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