Nuovi manager e spalle solide con le prime cinque banche italiane nel capitale. Nessun rebranding e la convinzione di puntare ancora sui prestiti garantiti dallo Stato, questa volta però con numeri più contenuti del passato e una serie di paletti che garantiranno più trasparenza. È così che la nuova Banca Progetto si prepara a ripartire. L’istituto digitale era in mano a Oaktree ed è finito nel mirino di Bankitalia come Illimity, Banca Sistema, Bff, Banca Ifis e Ibl.
Quello della challenger bank milanese, tuttavia, è il caso più complesso. Commissariata a marzo 2025, prima ancora finita in amministrazione giudiziaria dopo un’indagine della Procura di Milano su presunti prestiti a società legate alla ‘ndrangheta, Progetto ha navigato per mesi in acque agitate. C’è voluto l’intervento del Fitd (Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi) e di una cordata formata da Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Bpm e Bper per metterla in sicurezza con un aumento di capitale arrivato a 750 milioni e resosi necessario per chiudere un buco dilatatosi nel tempo.
Il salvataggio è riuscito anche grazie ai commissari Livia Casale e Lodovico Mazzolin, evitando un danno d’immagine al Paese visti i 6 miliardi di depositi raccolti all’estero sulla piattaforma Raisin. A complicarlo anche la tenuta delle garanzie pubbliche, nodo legato ai processi e sbloccato con un fondo d’apporto partecipato al 50% da Amco e per il resto dalle cinque banche, che ha comprato 2,7 miliardi di npl da Progetto.
La svolta è arrivata però con il patteggiamento da 40 milioni con la Procura di Milano, che ha rassicurato il pool sull’assenza di ulteriori rischi legati alla responsabilità amministrativa ai sensi della legge 231 del 2001. Ma l’ultimo step è stata la doppia cartolarizzazione per complessivi 2,2 miliardi. Sono questi i passaggi di un salvataggio in cui Intesa Sanpaolo ha avuto un ruolo decisivo perché ha assicurato la coesione del pool nelle fasi più complesse. Ora Progetto vuole tornare in pista e lo farà sotto la guida del dg Stefano Martarelli, ex capo dei crediti della Banca dei Territori di Ca’ de Sass.
Dopo il commissariamento, spiega una fonte, l’istituto milanese era un foglio bianco. Negli ultimi tre mesi i nuovi vertici hanno dovuto ricostruire il management soprattutto nelle posizioni chiave e hanno mantenuto i legami solo con i mediatori con una reputazione fidata. Nel mentre hanno ridefinito processi e regole per evitare di replicare gli errori del passato.
E hanno delineato la strategia lavorando al nuovo piano industriale al 2029. Per ovvi motivi (in passato Progetto concedeva credito non sempre con le dovute verifiche) i target sono meno ambiziosi e puntano a un libro di 2,8 miliardi, di cui 2,3 miliardi verso la clientela, 350-500 milioni di prestiti all’anno e un utile cumulato di 39 milioni, di cui 9 nell’ultimo anno.
Sono obiettivi da centrare tenendo a bada i costi e privilegiando la raccolta italiana a quella estera. La challenger bank milanese ha deciso anche di non ampliare il business e di restare concentrata sui crediti alle pmi garantiti dallo Stato. Si tratta di una fascia di mercato poco presidiata dai grandi player, che non sempre riescono a raggiungere le realtà territoriali. Progetto invece è convinta di farcela grazie a un home boarding che per le imprese è già digitale nell’80-90% dei casi.
Il problema è che lo Stato ha ristretto le maglie delle garanzie visti il prezzo elevato per le casse pubbliche, rendendole più costose per le banche. Ma esistono ancora margini di manovra per chi, come Progetto, ha iniziato a stipulare accordi con i confidi: questi enti, nati per agevolare l’accesso al credito delle pmi, sono garantiti da Mcc e così, a loro volta, riescono a garantire gli istituti di credito.
Non è da escludere, però, che l’eredità del passato torni a farsi sentire. Alcuni crediti in bonis potrebbero trasformarsi in sofferenze, quindi la banca e i suoi azionisti sperano che permanga il rapporto di leale collaborazione con Mcc che ha portato al salvataggio. Se ci saranno nuove perdite, in ogni caso, saranno contenute e gestibili grazie al robusto sistema di garanzie prestato dal Fitd. Poi dall’anno prossimo, rivela una fonte, si inizierà anche a ragionare sul futuro di Progetto, che non potrà avere per sempre i primi cinque istituti italiani nel capitale. Tutte le opzioni sono sul tavolo e molto dipenderà dai risultati raggiunti dalla challenger bank. (riproduzione riservata)