I tempi nuovi imposti dalla presidenza Trump impongono nuove leadership politiche: a meno di due mesi dal suo insediamento, in Canada si registra l’uscita di scena del primo ministro Justin Trudeau, che era stato fortemente indebolito dalle polemiche col presidente americano essendo stato pesantemente insolentito, e in Groenlandia la vittoria degli Indipendentisti che alle elezioni politiche dell’11 marzo hanno sonoramente battuto i partiti finora al governo. È come se ci si trovasse di fronte a una nuova fase del processo di decolonizzazione dall’Occidente che viene ancora una volta guidato dagli Stati Uniti: il Canada nei confronti dell’Impero britannico e la Groenlandia nei confronti del Regno di Danimarca, con la dottrina Monroe tornata di piena attualità.
In Canada a Trudeau è subentrato Mark Carney, un personaggio molto noto che è riuscito a divenire rapidamente il nuovo leader del Partito Liberale mettendo a frutto l’esperienza e la fama conquistate nel corso della sua brillantissima carriera di banchiere centrale, avendo retto non solo la Bank of Canada ma soprattutto la Bank of England negli anni difficilissimi della Brexit: la sua particolare vicinanza al mondo anglosassone rende la sua figura ancipite e problematica soprattutto nei confronti della componente francofona. Carney è comunque un premier a tempo, visto che si dovranno tenere nuove elezioni politiche entro il prossimo ottobre, con una campagna elettorale che si prospetta particolarmente complessa, perché c’è in gioco il futuro sia economico che geopolitico del Paese.
È difficile prevedere come si comporterà l’elettorato, nell’alternativa tra coalizzarsi contro la prepotenza di Trump che ha addirittura preconizzato per il Canada un futuro come 51° Stato americano, ovvero dividersi su una premiership e una strategia che potrebbe apparire troppo legata al Regno Unito.
Il futuro geopolitico del Canada è di fronte a un bivio: se rimanere decisamente ancorato all’influenza di Londra, oppure recidere questo cordone ombelicale e legarsi esclusivamente a Washington come vorrebbe Trump. Per il momento, non solo il Canada ha partecipato alla Conferenza sull’Ucraina indetta a Londra dal premier Keir Starmer, ma è il Commonwealth che si rinserra sentendosi sotto attacco: Ed Davey, leader dei Lib-Dem britannici, ha infatti chiesto allo stesso Starmer di sostenere Carney nello sforzo di respingere le pressioni di Trump, opponendosi agli «shocking attacks» portati alla sovranità del Canada e alla escalation nella guerra commerciale mondiale che è stata dichiarata agli alleati di sempre.
La verità è che Canada e Usa sono legati da una strettissima interdipendenza economica e sociale: non solo la duplice frontiera tra il Canada e gli Usa coinvolge ben 13 Stati americani da una parte e sette Province e un Territorio del Canada dall’altra, ma ben due cittadini canadesi su tre vivono a meno di cento chilometri da questa frontiera con gli Usa.
Questo si riflette sulle relazioni economiche: gli Usa vendono più merci al Canada che a ogni altro singolo Paese, cosí come il Canada compra più merci dagli Usa che da Cina, Giappone, Francia e Regno Unito messi insieme. Per di più, il 70% delle merci esportate dal Canada viene utilizzata dalla manifattura statunitense. In particolare, l’export canadese di prodotti energetici (petrolio, gas ed elettricità) verso gli Usa, pari a 170 miliardi di dollari nel 2024, è cresciuto negli scorsi anni per merito del Transmountain Pipeline Expansion (Tmx), un oleodotto che rifornisce le raffinerie statunitensi del mid-West e che sono state realizzate per la lavorazione di questo specifico greggio, difficile da rimpiazzare con quello proveniente da Messico e Venezuela, per via dei dazi analoghi a quelli imposti al Canada e delle sanzioni. Per quanto possa sembrare curioso, in termini energetici, gli Usa dipendono ancora dall’estero quanto l’Europa dipendeva dalla Russia.
La Groenlandia è rimasta scossa dalle affermazioni di Trump, secondo cui «gli Stati Uniti prenderanno il controllo della Groenlandia, in un modo o nell’altro»: anche in questo caso, gli interessi economici americani relativi allo sfruttamento delle sue risorse minerarie, tra cui petrolio, gas e materie prime critiche, esattamente come accade per l’Ucraina, si legano agli equilibri geopolitici che riguardano il futuro del Mar Glaciale Artico.
La presa politica degli Usa nei confronti di Canada e Groenlandia serve infatti a pareggiare la presenza della Russia, che è stata finora solitaria nel presidiare questo nuovo Oceano da cui l’America non vuole essere esclusa. Alle recenti elezioni il partito indipendentista Naleraq ha praticamente raddoppiato i consensi sfiorando il 25%, mentre sono stati sonoramente battuti sia gli ambientalisti di Inuit che i socialdemocratici di Siumut che hanno perso entrambi il 15% dei voti: è una situazione inedita, che non solo rimette in discussione la dipendenza dalla Danimarca per la politica estera e la difesa ma soprattutto il futuro economico della Groenlandia. Si procede ancora una volta per strappi, profondi ed improvvisi, dopo decenni di quiete: cosí va la Storia. (riproduzione riservata)