Palantir Technologies torna al centro delle polemiche negli Stati Uniti per lo sviluppo di un software destinato all’Immigration and Customs Enforcement (Ice), l’agenzia federale incaricata del controllo dell’immigrazione. L’azienda di software con sede a Denver, fondata da Peter Thiel, da anni partner strategico del governo americano, è accusata di contribuire a un sistema di sorveglianza avanzata, finalizzato all’individuazione di immigrati irregolari.
Lo scorso aprile Palantir si è aggiudicata il contratto (valido fino a settembre 2027) per piattaforma ImmigrationOS, un sistema per rendere più efficienti l’identificazione, la definizione delle priorità, l’arresto e l’espulsione delle persone che soggiornano irregolarmente e a mappare l’intero processo di espulsione, dall’acquisizione dei dati alla logistica. L’Ice pagherà a Palantir 30 milioni di dollari per la piattaforma.
Il sistema, denominato Enhanced Leads Identification & Targeting for Enforcement (Elite), utilizza dati del Dipartimento della Salute e di altre agenzie federali per generare ‘piste operative’ utili alle operazioni di espulsione. Secondo quanto riportato da 404 Media, testata indipendente specializzata in tecnologia e diritti digitali, il software di Palantir per l’Ice prevede una mappa con potenziali obiettivi di espulsione, genera un dossier su ogni persona e fornisce un ‘punteggio di affidabilità’ sull’indirizzo attuale della persona. La piattaforma incrocia informazioni sanitarie, dati amministrativi, segnali di geolocalizzazione e fonti commerciali, trasformandoli in intelligence operativa.
Nel dettaglio, il software consente una mappatura geospaziale dinamica dei potenziali target e assegna a ciascun indirizzo un punteggio di probabilità, permettendo all’Ice di pianificare interventi mirati o su larga scala. Un’evoluzione resa possibile dall’uso dell’intelligenza artificiale e dall’integrazione dei database federali, processo avviato negli Stati Uniti già con il Patriot Act dopo l’11 settembre.
Organizzazioni per i diritti civili, tra cui la Electronic Frontier Foundation (Eff), denunciano il rischio che i dati raccolti contengano informazioni relative a persone economicamente fragili che hanno fatto ricorso a programmi federali come Medicaid.
Palantir, consapevole delle ricadute reputazionali, avrebbe predisposto linee guida interne per i dipendenti. Un caso, queste, che riaccende il dibattito sul ruolo delle Big Tech nei programmi di sicurezza nazionale e sulle implicazioni etiche e politiche dell’uso predittivo dei dati, in un contesto in cui tecnologia, potere pubblico e diritti civili risultano sempre più intrecciati.
Intanto Meta ha impedito agli utenti delle piattaforme social Facebook, Instagram e Threads di condividere i link ad un database che sostiene di contenere nomi e fotografie di migliaia di agenti dell’Ice, citando violazioni delle norme sulla privacy. Gli utenti che hanno tentato di pubblicare i collegamenti hanno ricevuto un avviso, secondo cui i contenuti violano gli standard della piattaforma sul divieto di diffusione di informazioni personali identificabili, ha spiegato il portavoce Andy Stone.
Un blocco questo che giunge nel pieno delle tensioni innescate dalle operazioni contro l'immigrazione irregolare a Minneapolis, che hanno portato a migliaia di arresti, a forti proteste e a due sparatorie mortali. Da settimane gli organizzatori delle proteste usano le piattaforme social per coordinarsi, segnalando ad esempio i movimenti degli agenti dell'Ice e della Polizia di frontiera.
Il sito che include il presunto database degli agenti federali, noto come ‘Ice List’, afferma di raccogliere dati su dipendenti del dipartimento per la Sicurezza interna. Il fondatore Dominick Skinner ha detto di averlo creato per favorire la responsabilità degli agenti in caso di abusi, ma l’amministrazione del presidente Donald Trump accusa il progetto di esporre il personale federale a rischi. Skinner ha contestato la decisione di Meta, osservando che altre piattaforme consentono link a siti che diffondono dati personali. In passato, grandi aziende tecnologiche avevano già limitato strumenti simili: lo scorso ottobre Apple e Google rimossero dalle rispettive piattaforme un’app che segnalava la presenza di agenti dell'immigrazione sul territorio. (riproduzione riservata)