Al momento dell'approvazione da parte del Consiglio Europeo del prestito di 90 miliardi all'Ucraina era stato detto che i presidenti - soprattutto l’ungherese Victor Orbàn e lo slovacco Robert Fico - che erano contrari all'erogazione del prestito, fondato sul debito comune dell'Unione, avrebbero sottoscritto l'intesa ma si sarebbero riservati l'opting out per quel che riguarda la partecipazione effettiva pro quota dei rispettivi Paesi.
Era un escamotage abbastanza convincente, che comunque nel contemplare la predetta clausola dava per possibile una dissociazione dei due presidenti in sede realizzativa.
Ora viene rappresentata una contrarietà al prestito da parte di entrambi, ma non è chiaro se riguarda il testo dell'intesa o, più che contrarietà, sia l'intento di utilizzare la predetta clausola. In quest'ultimo caso non vi sarebbe molto da eccepire sotto il profilo giuridico e del pacta sunt servanda.
Altra cosa è se invece non vogliano più tenere fede all'impegno di ratificare il patto e, nel caso di Orbàn, si ponga come condizione per l'adesione la riattivazione dell'oleodotto Druzhba che porta il petrolio russo in Ungheria.
Si aggiunge a ciò l'accusa secondo la quale l'Ucraina avrebbe usato l'energia per interferire nella campagna elettorale ungherese in corso per l'elezione del premier. In ogni caso, si ipotizza da alcuni, di privare Orbàn del diritto di voto nell'Unione, come reazione al suo comportamento; qualche altro pensa nuovamente di utilizzare direttamente gli asset russi congelati prevalentemente in Belgio, ipotesi che era stata oggetto di ampi approfondimenti e poi, però, era stata scartata per una serie di controindicazioni e veri e propri potenziali boomerang.
È sperabile che una soluzione si trovi, non mettendosi in attesa passiva, con il solo sperare, in particolare, in una sconfitta di Orbàn alle prossime elezioni. È pur sempre possibile una cooperazione rafforzata: certo, ne scaturirà un maggiore onere pro quota dei singoli Stati, ma potrebbe pur diventare la extrema ratio.
Non credo però che siano accettabili le critiche di Zelensky sui ritardi e, prima ancora, sull'ammontare del finanziamento perché - egli sostiene - si sarebbero dovuti utilizzare in blocco gli asset russi, cosa che, come si è testé detto, ha delle pesanti controindicazioni sotto diversi profili.
In ogni modo, ciò dimostra come non si possa proseguire con l'obbligatorietà dell'unanimità per una nutrita serie di decisioni europee e il connesso il potere di veto. Si dimostra ancora la paralisi decisionale che ne consegue.
Naturalmente non è solo l'unanimità da superare; vi è corrispettivamente da un lato da aumentare la partecipazione dei partner all'esercizio della sovranità europea e dall'altro da valorizzare il principio di sussidiarietà in base al quale ciò che può essere fatto meglio a livello nazionale non va accentrato.
Ma nell'Unione emergono altri mali, in particolare in materia di cariche comunitarie. Ieri Bloomberg ha continuato a comunicare che la presidente della Bce Christine Lagarde si dimetterà prima del completamento del mandato e che al vertice sarà designato Klaas Knot, già presidente della banca centrale olandese, noto prima come falco poi come colomba, poi, ancora, in una posizione mediana.
Ora, a parte questa ipotesi di scelta sulla quale molto vi sarebbe da discutere, non è più tollerabile che la presidente della Bce sia «come color che son sospesi» per l'incertezza delle sue decisioni e per il presumibile intento di alcuni di lottizzare l'unica istituzione europea che funziona.
È doveroso che la Lagarde confermi, se è in grado di farlo, davanti al parlamento europeo, che rimarrà in carica fino al termine del mandato. Se così non è, se ne traggano le conseguenze. L'incertezza, anche mediatica, non è più sopportabile. (riproduzione riservata)