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Il meeting tra Vladimir Putin e Donald Trump in Alaska
Il meeting tra Vladimir Putin e Donald Trump in Alaska
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Ecco chi (e come) decide davvero se in Ucraina ci sarà la pace

22 agosto 2025, 20:00

Nel pensiero di molti diplomatici di lungo corso la pace in Ucraina è lontana, ma l'accordo è nelle mani di Washington e Mosca. Il forum

Non è chiaro se le borse corrano ancora per la possibile pace o per la prosecuzione della guerra in Ucraina, ma sicuramente hanno preso atto di una cosa: Donald Trump ha riabilitato Vladimir Putin e i due decideranno le sorti del conflitto.
Lo si è capito in Alaska, dove il presidente americano ha applaudito al suo arrivo il presidente russo (pensate se Roosevelt a Yalta avesse fatto la stessa cosa con Stalin), e dai successivi colloqui tenutisi alla Casa Bianca tra il suo inquilino, il presidente ucraino Volodyimyr Zelensky e i leader europei, dove si è fatta notare la premier italiana Giorgia Meloni con la proposta di creare una cintura di sicurezza intorno all'Ue e a Kiev stile Nato.
Quello che analisti e osservatori vogliono conoscere è il vero vincitore dei meeting diplomatici agostani, ammesso che ce ne sia qualcuno oltre a chi incasserà i 100 miliardi in armi che gli europei spenderanno per gli ucraini. Milano Finanza ha ascoltato alcuni tra i più autorevoli diplomatici italiani, e dunque del mondo, per dare un’idea ai lettori dello stato delle cose.

Il risultato dei due meeting


Che sintesi si può trarre da questi due meeting di pace? L’ho chiesto a Giampiero Massolo, ambasciatore di lungo corso, già capo del Dis e ora presidente di Mundy's. «È stata un'immagine potente quella che ci ha restituito l'incontro del 18 agosto alla Casa Bianca: un Occidente unito, con Donald Trump che fa da mediatore; adesso nel chiuso delle stanze uscirà probabilmente un problema, quello di un accordo complessivo senza passare da una tregua in Ucraina, che vogliono gli europei. Ma il vertice è stato importante. Il presidente Trump ha svolto ora un ruolo terzo, da mediatore, e gli europei si sono messi attorno a un tavolo con lui, probabilmente, al di là delle mimiche facciali, temendo un futuro incerto nell'Unione Europea per quanto riguarda la sicurezza nazionale e la divisione dei territori. L'Europa esce bene, è un risultato che sia andata anche la Gran Bretagna, molto bene che ci sia andata anche l'Italia. E sulla difesa dell'Europa si forgia il futuro dell'Europa stessa». Non ha dubbi Massolo: il vertice di Washington tra il presidente americano Donald Trump e i capi di stato e di governo europei, con Volodyimyr Zelensky, va visto come un successo delle relazioni atlantiche tra alleati di una vita da una parte e dall'altra dell'Oceano.

Donald Trump non è stato sconfitto


Ettore Sequi, ambasciatore per lungo tempo in Cina e già segretario generale della Farnesina, usa prudenza e analisi fine. «Il vertice in Alaska è stato in prima battuta un successo per Putin perché è uscito riabilitato dalla prima potenza del mondo e ora Trump da Mosca, al secondo vertice, dovrà tornare con un risultato concreto». Ma, avverte, sarebbe un errore dare per sconfitto l'inquilino della Casa Bianca. «Lo stesso presidente americano, nel ridurre la fornitura di armamenti all'Europa e nell'obbligarla ad aumentare le sue spese per la difesa e per la ricostruzione in Ucraina ha già ottenuto un risultato prima del vertice di Anchorage». Il mondo torna a essere bipolare come ai tempi di Reagan? «No, direi tripolare, perché c'è anche la Cina e il vero problema per Trump è ridurre il deficit competitivo e tecnologico con Pechino».

La pace? Non è più vicina


Stefano Pontecorvo, già ambasciatore in Pakistan e ascoltato consigliere diplomatico della Difesa, ora è presidente di Leonardo ma segue le vicende diplomatiche con la lente della sua grande esperienza. «Direi che la pace in Ucraina dopo il vertice in Alaska non è più vicina». Pontecorvo attende gli esiti del summit a Washington e racconta che i Repubblicani avrebbero capito come Trump si sia reso conto che Putin non subisce il suo fascino e che l'ottimismo di Witcoff «probabilmente era eccessivo». Detto così, sembra una cattiva notizia ma, come sempre accade con le questioni geopolitiche, l'osservazione contiene una notizia importante: i due capi di Stato si temono.
Alcuni ambasciatori italiani sottolineano invece che un errore di Trump potrebbe essere quello di pensare che sugli interessi vitali ci sia margine di trattativa, quando invece, nella quasi totalità dei casi, in guerra è la situazione sul terreno a determinare se vai al tavolo per cercare una soluzione o no. È questa la ragione, aggiunge ancora Pontecorvo, «per la quale la pace imposta non funziona mai».

Il percorso è iniziato


Giorgio Starace, un passato da ambasciatore a Mosca, si mostra più ottimista. «Ci vuole tempo e pazienza e costanza. Ma almeno il vertice in Alaska ha avuto il merito di aver iniziato un percorso», afferma una persona che Putin lo ha conosciuto bene e da vicino. Dati i precedenti di Trump, potrebbe essere che il presidente americano proverà a fare i suoi accordi con Putin disinteressandosi dell’Ucraina e lasciando il cerino in mano agli europei, volenterosi o meno che siano, indebolendo così ulteriormente la futura posizione negoziale di Zelensky e dell’Europa. «Putin ha invitato Trump a Mosca al secondo round per intestarsi pienamente l’eventuale deal e umiliare ulteriormente gli europei ma al secondo round», riflette Starace. «Non si potrà permettere di tirare troppo la corda. E per andare a Mosca Trump tirerà la corda dalla parte sua, ad esempio chiedendo una tregua».

L’attesa per il vertice con Zelensky


Alessandro Minuto Rizzo, lunga carriera diplomatica e già segretario generale aggiunto della Nato, si chiede invece quale pace alla fine arriverà. «Trump ha offerto a Putin una visibilità e un trattamento straordinario visibile anche nel body language. Fin qui forse può andare, ma non ci risulta che in cambio Putin abbia fatto concessioni. Può perfino sembrare che i due pongano condizioni a terzi. Adesso vediamo che cosa avverrà dopo il vertice di Zelensky a Washington». L'Europa appare debole e ancora poco incisiva: troppi Paesi frammentati senza una chiara leadership. «Possiamo sperare in una moderazione russa per due ragioni: soddisfazione per avere formalmente riconquistato una parità da grande potenza con gli Usa; coscienza del fatto che la situazione economica russa è peggiore di quanto si dice e può suggerire una apparente moderazione», chiosa Minuto Rizzo.


Tra i diplomatici italiani che supportano efficacemente l'azione della premier Giorgia Meloni, presente al summit Ue-Usa a Washington, la cautela è massima e si tende a sottolineare come ci sia ancora molto lavoro da fare. Sicuramente Vladimir Putin ha ottenuto una sorta di riabilitazione internazionale, ma non è ancora chiaro se e che cosa abbia eventualmente concesso. Qualcun altro ricorda la possibilità che Trump abbia in testa di adottare per l'Ucraina il modello Corea dopo la guerra tra Nord e Sud, con Kiev nei panni di Seul. Non a caso la rivista Foreign Affairs, lettissima tra i diplomatici, ha pubblicato un articolo proprio su quella guerra lontana.

Un grande successo per Putin


Ferdinando Nelli Feroci, che è stato ambasciatore italiano presso l'Unione Europea, ha una grande esperienza da osservatore dei fatti europei e mostra grande cautela. Il vertice in Alaska «è stato un grande successo per Putin, mentre Trump ha molto poco da rivendicare. La pace resta ancora molto lontana».
Analoga la posizione di Nathalie Tocci, direttrice dello Iai, secondo la quale Putin ha vinto il primo round e Trump è apparso ingenuo al summit di Ferragosto: «Tappeto rosso da una parte e zero concessioni dall’altra», mentre il vertice di Washington difficilmente produrrà effetti immediati prima che ci sia il nuovo incontro a tre tra Trump, Putin e Zelensky. Solo allora, forse, si scopriranno le carte. (riproduzione riservata)



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