«Fate presto qualcosa, non si può dire no a tutto. Presto potremmo essere lasciati soli a garantire la sicurezza in Ucraina e nella stessa Europa. Eppure ad oggi il sistema di difesa dell’Ue continua a essere una delle nostre vulnerabilità perché la frammentazione della capacità industriale lungo le linee nazionali impedisce la necessaria scala».
Mesi dopo aver illustrato il suo report sulla competitività Mario Draghi torna a parlare dei problemi dell’Europa, concentrandosi sul settore militare. L’ex presidente della Bce ed ex premier italiano interviene alla Settimana Parlamentare Europea 2025 e si sofferma sulla difesa anche per via del quadro internazionale, che vede l’Ue fuori dalle trattative tra Stati Uniti e Russia per la pace in Ucraina.
I governi europei sono sempre più convinti che devono rafforzare le capacità militari del Vecchio Continente, ma faticano a trovare un accordo su come accrescere i fondi, indecisi tra una deroga al Patto di Stabilità, nuove forme di debito comune e un maggiore intervento della Banca Europea degli Investimenti.
Sul punto Draghi ricorda che «anche se siamo collettivamente il terzo Paese al mondo per spesa, non saremmo in grado di soddisfare un aumento dei finanziamenti per la difesa attraverso la nostra capacità produttiva. I sistemi nazionali non sono né interoperabili, né standardizzati in alcune parti chiave della catena di fornitura. Questo è uno dei tanti esempi in cui l’Ue è inferiore alla somma delle parti».
Draghi allarga il suo discorso agli altri settori in cui l’Europa resta indietro su Cina e Usa, e indica a Bruxelles come muoversi per realizzare gli obiettivi indicati nel suo report e fatti propri dalla Commissione nella Bussola sulla Competitività. Secondo l’ex premier l’Ue è stata spesso il peggior nemico di sé stessa sull’innovazione, con barriere interne peggio dei dazi Usa e una serie di regole penalizzanti.
Ora «la risposta dovrà essere rapida e creare le condizioni affinché le aziende crescano in Europa piuttosto che rimanere piccole o trasferirsi negli Stati Uniti. Ciò significa abbattere i muri interni, standardizzare, armonizzare e semplificare le normative nazionali e spingere per un mercato dei capitali più basato sul capitale azionario».
In questo percorso l’Ue non dovrà dimenticare le sue imprese, che da mesi lamentano una visione troppo ideologica sul Grean Deal. «La decarbonizzazione può essere positiva per la crescita perché alla fine abbasserà il prezzo dell’energia, ma se gli strumenti non sono allineati, allora il processo e la crescita si bloccano. Ecco perché dobbiamo anticipare i benefici e ridurre i prezzi dell’energia già ora. Anche se in generale suggerirei di abbandonare l’ideologia e adottare un approccio carbon neutral per tagliare le emissioni e raggiungere l’indipendenza energetica», aggiunge Draghi.
La sfida principale è quella dell’automotive, che dal 2035 dovrà dire addio ai motori a combustione. L’ex premier ha le idee chiare anche su questo punto: «Non si può interrompere una grande linea di produzione e allo stesso tempo non imporre, con la stessa forza, l’installazione di sistemi di ricarica e non creare le interconnessioni per farlo».
Draghi quantifica anche le risorse necessarie per trasformare le idee contenute nel suo report in realtà. «Cifra 750-800 miliardi di investimenti rappresentano una stima prudente, basata sulla situazione attuale», spiega l’ex presidente della Bce. Per reperirli «è necessario emettere titoli di debito, e questo debito comune deve essere per definizione sovranazionale visto che alcuni Paesi dispongono di spazio fiscale, ma non sufficiente nemmeno per i propri obiettivi, mentre altri non hanno alcun margine di manovra».
Quindi «è importante che la Commissione riceva tutto il supporto necessario non solo sull’attuazione della Bussola sulla Competitività, ma anche nel suo finanziamento. Su questo punto dovremo combinare gli strumenti Ue con un uso più flessibile degli aiuti di Stato, coordinato da un nuovo strumento europeo».
Serve unità, insomma. Eppure i temi su cui non c’è identità di vedute sono diversi. «Ancora prima della conclusione del rapporto dissi a una riunione che non si può dire no al debito pubblico, al mercato unico, alla creazione dell’unione del mercato dei capitali. Non possiamo dire di no a tutto, altrimenti bisogna essere coerenti e ammettere di non essere in grado di mantenere i valori fondamentali per cui l’Ue è stata creata».
Per superare lo stallo Draghi propone di cambiare il modello decisionale. «Per far fronte a queste sfide dobbiamo agire come se fossimo un unico Stato. Quindi dovremmo passare dall’unanimità a una maggioranza qualificata in molte aree. Ma il rapporto dice anche che ci sono altri modi. Uno è la cooperazione rafforzata, che è già presente nei nostri statuti. E il terzo è il modello intergovernativo, vale a dire due-tre-quattro governi che concordano su determinati obiettivi e decidono di muoversi insieme, rimanendo aperti ad altri che si introducono». (riproduzione riservata)