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Donald Trump ci ripensa: dazi al 10% in attesa di nuovi accordi

24 febbraio 2026, 08:15 Ultimo aggiornamento: 10:52

Il presidente Usa non rinuncia alla tariffa globale del 15%, ma concede tempo ai partner commerciali per nuove intese. L’irritazione di Ue, Uk, Giappone e Taiwan

Il presidente Usa, Donald Trump, ci ripensa e intanto introduce un nuovo dazio globale del 10% invece del 15% annunciato nel fine settimana dopo l’intervento della Corte Suprema che ha cancellato le tariffe di ritorsione. E’ quanto emerge da un avviso dell’agenzia doganale statunitense. 

Ue e Uk in rivolta

La decisione di applicare un’imposta globale del 10% a partire da martedì, rinviando l’entrata in vigore della tariffa al 15%, segue le proteste di diversi partner commerciali degli Stati Uniti fra cui Ue e Regno Unito. La Casa Bianca ha comunque segnalato che Trump intende passare al 15%. «Ci stiamo lavorando e arriverà più avanti», ha detto un funzionario Usa.

Venerdì scorso la Corte Suprema ha stabilito che le tariffe imposte da Trump sulla base di poteri d’emergenza erano illegali e subito il presidente si è mosso per sostituirle con un’altra base giuridica, introducendo un dazio globale temporaneo del 10% per 150 giorni a partire da martedì (che dovrà essere confermato dal Congresso a fine luglio). Tuttavia, sabato, in un post su Truth, Trump aveva dichiarato di voler aumentare subito prelievo al 15% — incremento che finora non si è concretizzato.

Tempo di nuove contrattazioni

Il rinvio dell’applicazione della tariffa più elevata potrebbe offrire una finestra temporale a governi e imprese per fare pressione e ottenere esenzioni o trattamenti preferenziali nel nuovo regime. L’amministrazione Trump ha concesso esenzioni a molti prodotti dal dazio del 10% quando è stato annunciato venerdì, oltre a molte importazioni da Canada e Messico.

L’intervento di Trump nel weekeend ha scatenato reazioni negative in Ue e Uk che lo scorso anno avevano siglato accordi commerciali preferenziali con Trump in cambio di tariffe più basse e ora vedono eroderne i benefici. Lunedì, Downing Street ha fatto trapelare l’idea di possibili ritorsioni, avvertendo che «nulla è escluso» se gli Stati Uniti imporranno il dazio del 15%. Nel frattempo, l’Ue sta rinviando la ratifica del proprio accordo commerciale con gli Stati Uniti.

Giappone irritato

In una telefonata lunedì sera con Howard Lutnick, il ministro del Commercio giapponese Ryosei Akazawa ha chiesto agli Stati Uniti di garantire che eventuali modifiche al regime tariffario non comportino un onere più pesante per le esportazioni giapponesi. Dopo mesi di negoziati, i due Paesi avevano raggiunto a luglio un accordo che riduceva i dazi sulle esportazioni automobilistiche giapponesi verso gli Stati Uniti dal 27,5% al 15%, in cambio di 550 miliardi di dollari di finanziamenti e investimenti giapponesi nelle infrastrutture e nell’industria americana. Tre progetti per un totale di 36 miliardi di dollari sono stati annunciati la scorsa settimana e altri sono attesi durante la visita a Washington a marzo della premier Sanae Takaichi.

Taiwan allarmata

Taiwan, quarto partner commerciale degli Stati Uniti, ha dichiarato martedì di voler avviare nuovi colloqui con Washington per evitare che un accordo commerciale bilaterale firmato meno di due settimane fa venga compromesso dagli ultimi dazi e da eventuali ulteriori misure dell’amministrazione Trump. La vicepremier Cheng Li-chiun ha avvertito che il governo non chiederà al parlamento di ratificare l’accordo del 12 febbraio — che riduce al 15% i dazi Usa sulle esportazioni taiwanesi e concede al Paese lo status di «nazione più favorita» in cambio dell’apertura del mercato alle auto e alla carne statunitense — finché non avrà ottenuto rassicurazioni da Washington che l’intesa prevarrà su eventuali nuovi dazi.

I semiconduttori rappresentano il 76% delle esportazioni taiwanesi verso gli Stati Uniti e restano esenti da dazi. Tuttavia, le ultime misure penalizzano altre esportazioni dell’isola — come macchine utensili e orchidee — che avrebbero beneficiato di un trattamento preferenziale nell’ambito dell’accordo bilaterale, ponendole in svantaggio rispetto a concorrenti come Corea del Sud e Paesi Bassi. (riproduzione riservata)



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