Nella prima metà del 2025 il dollaro Usa ha registrato il calo semestrale più consistente dal 1973. Nelle ultime settimane, si è stabilizzato, ma ci sono motivi, secondo Kiran Kowshik, Global FX Strategist di Banque Lombard Odier & Cie Sa, per aspettarsi un ulteriore indebolimento della valuta americana nei prossimi mesi e nel 2026, man mano che la Federal Reserve ridurrà i tassi di interesse.
Sarà la prima volta da diversi anni che la Fed agirà in modo non allineato con le politiche monetarie delle altre principali banche centrali. Per cui Kowshik ha rivisto al ribasso la sua view sulla valuta statunitense, portandola a negativa. L’indice del dollaro, che misura la valuta a stelle e strisce, rispetto a un paniere di valute delle economie sviluppate, è sceso di oltre il 12% nella prima metà di quest’anno, dopo un rally di quasi il 10% nell’ultimo trimestre del 2024. Dalla fine di giugno, il dollaro si è stabilizzato, consolidando in un intervallo compreso tra 1,14 e 1,18 contro l’euro e tra 0,79 e 0,82 contro il franco svizzero.
«Tuttavia, è probabile un ulteriore indebolimento nei prossimi trimestri. L’incertezza persistente sulla politica dell’amministrazione Trump e il venir meno dell’eccezionalismo del mercato americano potrebbero continuare a indebolire la domanda di dollari, come avvenuto nella prima metà dell’anno», avverte Kowshik. Ma è l’inizio dei tagli dei tassi da parte della Fed che peserà di più sulla valuta. Infatti, l’intervento della scorsa settimana del presidente della Fed, Jerome Powell, secondo cui una sforbiciata del costo del denaro potrebbe essere giustificata a settembre, ha fatto calare il dollaro di un ulteriore 1%.
Storicamente, il dollaro tende a indebolirsi quando la Fed inizia ad allentare la politica monetaria, ma in passato questo effetto diminuiva con il progredire del ciclo della banca centrale, osserva l’esperto di Banque Lombard Odier. I cicli di allentamento dopo il 1998 hanno generalmente visto la moneta statunitense indebolirsi fino al primo taglio dei tassi, per poi stabilizzarsi dopo alcuni trimestri. Al contrario, analizzando le performance nei cicli di allentamento precedenti al 1998, tendeva a indebolirsi, ma la sua svalutazione durava alcuni trimestri.
Qual è la principale differenza tra questi due periodi? Le azioni delle altre banche centrali nel momento in cui la Fed inizia l’allentamento sono fondamentali per il comportamento del dollaro. In altre parole, la differenza dipende dall’allentamento «solitario» della Fed che indebolisce il dollaro. Quando altre banche hanno seguito la Fed nella riduzione dei tassi, i differenziali di interesse si sono stabilizzati per il dollaro, riducendo l’impatto negativo dei tagli sui tassi. Al contrario, nei cicli di allentamento precedenti al 1998, ci sono stati diversi periodi in cui la Fed allentava mentre altre banche centrali, come la Bundesbank tedesca, la Bank of England (BoE) o la Bank of Japan (BoJ), non lo facevano.
«Ci aspettiamo che la Fed inizi a tagliare i tassi a settembre, portandli al 3,75% entro la fine del 2025, vicino al livello neutrale che né stimola né rallenta l’economia statunitense. Al contrario, sia la Banca Centrale Europea sia la Banca Nazionale Svizzera potrebbero essere alla fine del loro ciclo di allentamento, con tassi, rispettivamente, al 2% e allo 0%, mentre la BoJ dovrebbe continuare ad alzare gradualmente il costo del denaro dall’attuale 0,5%. Tra le principali banche centrali, solo la BoE, attualmente al 4%, dovrebbe tagliare i tassi nello stesso momento della Fed», stima Kowshik.
Pertanto, il confronto storico più appropriato oggi è quello precedente al 1998. «Ciò suggerisce che il dollaro potrebbe indebolirsi ulteriormente man mano che la Fed taglia e i differenziali dei tassi si restringono. Un ulteriore rischio per la valuta potrebbe arrivare dalla minaccia all’indipendenza della Fed. Il tentativo del presidente Trump di licenziare la governatrice della Fed, Lisa Cook, è l’ultimo attacco dell’amministrazione Usa alla banca centrale. Qualsiasi percezione di una perdita di indipendenza si tradurrebbe in un ulteriore premio per il rischio sul dollaro», avverte l’esperto.
Senza contare che la politica dell’amministrazione Trump e, in futuro, costi di copertura valutaria più bassi con i tagli dei tassi da parte della Fed potrebbero indurre gli investitori esteri a rimpatriare parte delle proprie attività negli Stati Uniti o, quantomeno, a coprirsi dal rischio di cambio. Ciò eserciterebbe ulteriori pressioni al ribasso sul dollaro. E i Paesi creditori potrebbero veder le proprie valute apprezzarsi ulteriormente. Nei mercati sviluppati, Europa Giappone, Norvegia, Svezia e, in misura minore, Australia e Canada. Nei mercati emergenti, Paesi come Taiwan, Corea del Sud e Thailandia, oltre a Israele e Sudafrica.
«La nostra previsione a 12 mesi sul cambio euro/dollaro è di 1,22», continua Kowshik, soffermandosi anche sull’esposizione della Svizzera verso le attività estere, dovuta in gran parte alle riserve valutarie della Snb, piuttosto che al settore privato. Ciò significa che la domanda di copertura del settore privato avrà un effetto minore sulla valuta. Inoltre, poiché il franco svizzero tende ad apprezzarsi quando gli investitori sono preoccupati per l’euro, un outlook più positivo per l’economia dell’area euro nel 2026 potrebbe limitare l’apprezzamento del franco nei prossimi trimestri. Pertanto, «prevediamo un cambio dollaro/franco a 12 mesi a 0,77, ma vediamo rischi al rialzo per il cross euro/franco rispetto alla nostra previsione a 12 mesi di 0,94», puntualizza Kowshik.
L’eccezione è la sterlina, che dovrebbe restare indietro rispetto alle altre valute poiché la moneta del Regno Unito perde il vantaggio di rendimento con il taglio dei tassi da parte della BoE. La performance della sterlina è, inoltre, limitata dall’elevato livello di debito pubblico britannico e tende a beneficiare meno di altre valute dai flussi di rimpatrio dagli Stati Uniti. Quindi la sterlina potrebbe sottoperformare rispetto a valute come l’euro. «Prevediamo un cambio euro/sterlina a 12 mesi vicino a 0,90 e un cross sterlina/dollaro a 12 mesi a 1,37», conclude Kowshik. (riproduzione riservata)