Sarà la fine del cosiddetto «eccezionalismo» americano? Se ne dibatte da mesi tra analisti e osservatori. La scriteriata e ondivaga guerra dei dazi di Trump e le profonde ripercussioni che provoca alla maggior potenza economica mondiale (che corre sempre più rischi sul fronte di un indebitamento sempre meno sostenibile e di deficit di bilancio fuori controllo) fanno scricchiolare il modello per eccellenza della finanza globale. Il «Make America Great Again» tramite il nuovo protezionismo ha fatto sbandare dollaro e Wall Street e ha innescato una piccola fuga di capitali dalla piazza americana. Capitali che stanno affluendo da settimane sulle borse europee.
Gli investitori stanno ripensando allo storico ruolo guida dell’America e stanno lentamente spostando i flussi di investimento fuori dal Paese. Un fuoco di paglia o un incendio che rischia di propagarsi? È presto per dirlo: dipenderà dalle politiche fiscali e di bilancio dell’Amministrazione Trump e dalla stretta più o meno forte del nuovo protezionismo made in Usa.
Sta di fatto che qualche crepa si nota e sta cambiando l’umore dei grandi fondi di investimento e della grande finanza nei confronti di chi regge il Paese e della sua affidabilità. Non è un caso che i flussi di denaro abbiano cominciato a cambiare rotta attraversando l’Atlantico diretti ai lidi, oggi ritenuti più sicuri, della Vecchia Europa.
Infrangere del tutto il primatismo del mercato-guida mondiale della finanza sarà difficile. Troppe sono ancora le frecce nella faretra della potenza americana: dalla straordinaria cavalcata dell’innovazione tecnologica alla produttività e alla crescita sempre comunque più tonica rispetto alla Vecchia Europa.
Ma un fatto è certo: i flussi di questi mesi degli investimenti borsistici hanno privilegiato l’Europa rispetto a Wall Street. E secondo un recente rapporto di Ubs la prospettiva è che questo sia solo l’inizio di una rotazione più strutturale dei panieri di investimento. Nei prossimi anni meno Usa e più Europa. In particolare gli analisti della banca svizzera hanno tracciato uno scenario base che dovrebbe vedere nei prossimi cinque anni uscire capitali investiti a Wall Street per 1.200 miliardi di dollari a favore soprattutto delle piazze del Vecchio Continente. Un flusso equivalente al 6% della capitalizzazione delle borse europee.
La tesi è che nei prossimi anni i grandi fondi potrebbero ruotare il 60% della maggiore esposizione, salita dal 2008 in poi sulla borsa americana rispetto alle europee, e di fatto farla tornare a casa. Se a questo si aggiunge un cambiamento tattico della asset allocation, stimata in 300-400 milioni annui che andrebbero verso i lidi europei, ecco che lo scenario più aggressivo prevede nel biennio 2026-2027 un flusso aggiuntivo verso l’Europa pari a 2.000 miliardi. D’altro canto lo scenario più prudente che riduce a 400 milioni i nuovi flussi verso l’Europa.
Al di là delle simulazioni, un fatto è certo: l’America borsistica dalla crisi finanziaria in poi, ma in realtà anche prima, è stata il mercato-guida, sovrappesato dai grandi fondi d’investimento globali. Basta scorrere i dati per accorgersene. C’è sempre stata una forbice a dividere Usa ed Europa in borsa, accentuatasi dal 2008 in poi. Il mercato americano aveva una market share sulla capitalizzazione delle borse mondiali salita dal 30% del 2009 a più del 40% degli ultimi anni. In controtendenza l’Europa, che ha visto scendere il suo peso dal 20% a meno del 15%. Del resto anche la corsa di listini è stata divergente. Il Nasdaq dal 2009 ha moltiplicato per oltre 10 volte il suo valore e lo S&P500 è salito del 650%. Mentre il Dax tedesco ha cumulato solo un rialzo del 400% e lo Stoxx 600 europeo ha moltiplicato il suo valore di tre volte contro le oltre 10 volte del Nasdaq. Quanto ai multipli, la borsa Usa tratta a premio del 30% rispetto all’Europa in termini di rapporto prezzo/utili.
Difficile comunque pensare che la grande finanza volti le spalle in modo drastico ai destini della piazza finanziaria mondiale per antonomasia. Ma un riequilibrio avverrà di sicuro. Il mondo dei grandi banchieri sta lanciando allarmi su una prossima crisi del credito, tanto che i tassi a lunga scadenza sono saliti al 7%. Si teme che le politiche fiscali lasche di Trump peggiorino il deficit di bilancio già compromesso. E c’è il timore che il dollaro non sia più un porto sicuro per gli investimenti.
Una sorta di declino che prelude a un’implosione di un’economia che vive sopra i propri mezzi da sempre e si finanzia con il resto del mondo.Un mondo che rischia di finire ponendo seri problemi a livello globale.erto, l’economia americana con la nuova frontiera del tech e ora dell’AI resta il laboratorio per eccellenza dell’innovazione produttiva e tecnologica. E finché i consumatori americani, che concorrono a formare il 70% del pil, continueranno a spendere, l’economia reggerà. Ma si acuiranno i problemi di indebitamento e sostenibilità del modello americano.
Per non sapere né leggere né scrivere, i gestori di fondi per ora si cautelano dirottando più flussi verso l’Europa rispetto agli Usa. In fondo sia la sottovalutazione relativa delle borse europee sia il non intravedere una nuova crisi dei debiti sovrani del Vecchio Continente aiutano in questa scelta.Rotazione sia, ma con giudizio. (riproduzione riservata)