«È stato violato il diritto internazionale». «È contro il diritto internazionale». «È la crisi del diritto internazionale». Sono alcune delle frasi riguardanti lo ius gentium che sentiamo ripetere in questi anni da una parte e dall'altra, mentre si invoca un diritto quasi come principio di condotta morale nella certezza che non vi saranno purtroppo, in questo torno di tempo, conseguenze sanzionatorie delle violazioni.
Queste vengono richiamate, da ultimo e giustamente, anche a proposito dell'attacco israelo-americano all'Iran, che viene definito «preventivo» dai promotori, quasi a giustificare una forma anticipata di self defence.
Ma ciò accade mentre sono in crisi, soprattutto per le scelte politiche dell’Amministrazione statunitense, le istituzioni internazionali e la stessa legittimità delle corti di giustizia internazionali viene da determinate parti contestata.
Già i dubbi sull'assenza o sull’inadeguatezza del procedimento sanzionatorio avevano portato moltissimi anni fa alcuni intellettuali a sostenere che il diritto internazionale non esiste e ciò accadeva diversi secoli dopo l’affermazione del diritto stesso ad opera di personalità come De Vitoria e Grozio.
Senza qui addentrarci nella ritornante disputa sui fondamenti del diritto internazionale, a partire dal diritto naturale, è un fatto che la contestazione delle asserite violazioni, nei termini nei quali la si è testé richiamata, resta un atto platonico, verosimilmente sperandosi, da parte di chi critica, che da queste qualificazioni possa discendere magari un giudizio morale, almeno, o una riprovazione, ma senza il seguito di sanzioni.
La fine del multilateralismo provocata dall'Amministrazione di Donald Trump e l’affermazione di una politica di potenza - la tesi del tycoon sulla pace per il tramite della forza, ma anche quella di Emmanuel Macron secondo cui uno Stato è rispettato se temuto, quasi riecheggiante il «molti nemici, molto onore» di sciagurata memoria - costituiscono l’antitesi del diritto internazionale.
Anche chi sostiene, a ragione, la necessità di un nuovo ordine internazionale non va poi molto più in là di questa declamazione e resta lontano dal proporre percorsi e riforme, almeno per le istituzioni economiche e finanziarie globali, ma prima ancora per l’Onu, la cui crisi di rappresentatività, decisionalità e raccordo dinamico con i tempi è evidente.
Qui si avverte l’esigenza di una mobilitazione dei maggiori internazionalisti per proporre e sostenere riforme, partendo dal presupposto che diritto e istituzioni internazionali sono strettamente collegati e dipendenti dagli Stati che sono chiamati a condividere l’uno e le altre. In questo contesto continua a brillare l’Unione Europea per l’assenza totale in questa problematica, come del resto si distingue per le vacue, generalgeneriche dichiarazioni, buone a tutti gli usi, sull'attacco all’Iran.
Si è fatto riferimento all'importanza di un attivismo della cultura e degli operatori del diritto internazionale, ma naturalmente in primis vi è la volontà degli Stati, che dovrebbe impedire l’inanità di tale diritto, il quale ancora appare una campana sine pistillo. Neppure nell’ordine economico internazionale si sono fatti passi significativi, al di la di qualche molto parziale riforma del Fondo Monetario Internazionale, mentre di fronte allo sviluppo delle attività monetaria e finanziaria si invoca una nuova Bretton Woods.
Giusto. Ma è anche l’ora di agire almeno per quelle altre riforme che risultano inevitabili. L’Europa non può continuare a essere un vaso di terracotta costretto a viaggiare, in specie nella politica, con vasi di ferro. (riproduzione riservata)