In occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 lo sport è tornato al centro dell’attenzione non solo per le competizioni, ma anche per il peso economico e mediatico. I grandi eventi sportivi muovono oggi miliardi di euro e incidono in modo decisivo sugli equilibri del mercato dei media. Al centro del dibattito c’è un tema chiave: i diritti audiovisivi, cioè chi può trasmettere le gare, a quali condizioni e con quali effetti su concorrenza e accesso del pubblico.
Per molti anni lo sport in televisione è stato un appuntamento quasi naturale sulle reti generaliste. Oggi questo modello non esiste più. La visione passa sempre più attraverso piattaforme di streaming, applicazioni e servizi digitali, spesso legati a più abbonamenti. Il risultato è un sistema frammentato, in cui lo stesso evento può essere distribuito su canali diversi e con costi crescenti per gli spettatori.
I diritti audiovisivi rappresentano ormai la principale fonte di entrata per molte leghe e società sportive, soprattutto nel calcio. In numerosi casi costituiscono circa la metà dei ricavi complessivi. Da queste risorse dipendono gli investimenti dei club, le infrastrutture, i settori giovanili e la competitività delle squadre. Il meccanismo è però delicato: spingere troppo sul valore dei diritti rischia di ridurre il pubblico e, nel medio periodo, di indebolire l’interesse verso lo sport stesso.
L’affermazione delle piattaforme di streaming ha accelerato il cambiamento, dando vita a un modello ibrido in cui convivono televisione tradizionale, distribuzione digitale e consumo personalizzato su più dispositivi. Anche l’intelligenza artificiale ha assunto un ruolo crescente, dalla gestione dei palinsesti alla profilazione degli utenti e alla pubblicità mirata. Se da un lato queste innovazioni valorizzano meglio i contenuti, dall’altro possono rendere l’offerta dispersiva e aumentare i costi per il consumatore.
La trasformazione non è solo tecnologica. Lo sport, soprattutto durante i grandi eventi, svolge da sempre una funzione di coesione sociale. La diffusione di modelli pay-per-view e di abbonamenti multipli pone interrogativi sull’accessibilità e sul ruolo pubblico dello sport. Anche a livello europeo il tema è rilevante. La direttiva Ue (2010/13 modif. da 2018/1808) sui servizi di media audiovisivi tutela la trasmissione in chiaro degli «eventi di particolare rilevanza per la società» (come le Olimpiadi), mentre le norme Ue sulla concorrenza mirano a evitare posizioni dominanti nella vendita dei diritti.
In Italia il dibattito si concentra sulla possibile riforma della normativa sui diritti sportivi, oggi basata sul Decreto Melandri (d.lgs. n. 9/2008), pensato per un mercato dominato dalla televisione lineare. L’obiettivo è adeguare le regole a un contesto digitale e competitivo, introducendo maggiore flessibilità nella commercializzazione.
Tra le ipotesi figura anche la vendita dei diritti in forma esclusiva a un singolo operatore, sotto il controllo delle autorità di garanzia (Agcom e Agcm). Accanto a questi temi si colloca il fenomeno della pirateria audiovisiva, che sottrae ogni anno risorse ingenti al settore.
I sistemi di blocco delle trasmissioni illegali (come ad esempio il piracy shield) mirano a tutelare il mercato, ma pongono interrogativi su efficacia, costi e tutela dei diritti degli utenti. Il tema dei diritti sportivi si gioca oggi su un equilibrio complesso: tra valore economico e interesse pubblico, innovazione e accessibilità, mercato e regole. Milano-Cortina 2026 rappresenta un banco di prova concreto.
La vera sfida non è solo moltiplicare le piattaforme di trasmissione, ma definire un assetto capace di garantire pluralismo, concorrenza e ampia partecipazione del pubblico. In questo contesto, resta centrale la funzione del servizio pubblico nel garantire a tutti l’accesso agli eventi di maggiore rilevanza sociale, affinché i principali appuntamenti sportivi rimangano un patrimonio condiviso. (riproduzione riservata)
*avvocato e membro del cda Rai