Con il titolo sotto la soglia di 6 euro dopo la flessione del 3,5% registrata ieri, Eni avrà voglia di riprendersi presto la scena, forte dei dati di una trimestrale che si è spinta decisamente oltre il consenso, nonostante il passivo dell'anno in corso vanti ancora 7,8 miliardi di euro di perdite totali. Il terzo trimestre ha sorpreso diversi investitori, specie per il ritorno all'utile operativo della divisione Esplorazione e produzione. L'ebit al 30 settembre era di 515 milioni di euro, ancora contenuto rispetto agli oltre 2 miliardi dello stesso periodo 2019, ma comunque rappresentativo di un segnale di ripresa e resilienza, considerando inoltre la perdita di 807 milioni di euro conseguita nel trimestre precedente, quello tra aprile e giugno.
Il ceo Claudio Descalzi, ospite oggi in un'audizione alla Commissione Affari esteri della Camera, è partito proprio dai risultati decisamente positivi conseguiti da Eni, evidenziando aspettative e progetti futuri del gruppo. Anche se il mercato si aspettava un ebit positivo intorno a 230 milioni per l'E&P, Descalzi ha evidenziato che "la spiegazione di questo e altri risultati migliori delle attese sta nella velocità di reazione dopo l'ultima revisione, quei 4 miliardi di ulteriori tagli di cui 1,5 miliardi ai costi operativi". Secondo l’amministratore delegato, durante l'estate “siamo riusciti a implementare l'ottimizzazione dei costi con la massima rapidità, grazie allo sforzo straordinario di tutta la squadra Eni, e col risultato che il cash flow ha superato gli investimenti di circa 1,2 miliardi”.
Un traguardo ancora più significativo se rapportato al contesto di mercato generale, con i prezzi oil e gas in calo del 30% e i margini di raffinazione inferiori addirittura del 90%. “Siamo riusciti a superare di 5,4 volte le attese del consensus sull'ebit consolidato. Erano ferme a 100 milioni di euro: abbiamo chiuso a 540. Colpisce la performance dell'E&P perché venivamo da un secondo trimestre negativo, e col Brent a 43 dollari un turnover così era tutt'altro che scontato. Ma anche le sezioni G&P e Refining & Marketing hanno fatto molto meglio delle attese”, ha argomentato Descalzi.
Interrogato sul fatto che l’accoglienza record per i bond ibridi potesse aver in un certo senso anticipato questa resilienza, Descalzi ha sottolineato che “i bond ibridi hanno raccolto domande per 14 miliardi, 7 volte l'offerta, ma per noi è stato soprattutto un test sulla validità della nostra strategia, che ci vede sempre più slegati dalla commodity petrolio”.
L’amministratore ha osservato come l’aver registrato la stessa forte richiesta sia per la scadenza a 5 anni che per quella a 9 significa che “le nostre proposte sono considerate credibili. L'accoglienza del mercato mette olio sui nostri ingranaggi, che ormai sono in moto. Conferma le nostre scelte strategiche su un ventaglio di attività più largo di quello dei competitor, che spazia dalle bioraffinerie alle nuove tecnologie”. Per quanto riguarda il titolo in borsa, attualmente in calo dell'1,89% a 5,774 euro, Descalzi ne ha giustificato l’andamento poco brillante poiché la stessa Borsa è da sempre “fonte di speculazione e aspettative nel brevissimo termine, e queste ultime sono influenzate dalle incertezze legate alla pandemia”.
“Continueremo a lavorare sui bond ibridi e rivedremo il perimetro downstream”, ha aggiunto l’ad di Eni a margine dell’incontro, evidenziando come “oggi abbiamo comunicato l'imminente incasso da dismissioni per circa un miliardo di euro entro la fine dell'anno. Si tratta essenzialmente delle attività australiane, ma stiamo razionalizzando il portafoglio e programmando altre cessioni di asset marginali. Per quel che riguarda il prezzo del petrolio, avevamo stimato una forbice per il Brent tra 40 e 45 dollari al barile, e siamo a 43. Per il futuro molto dipenderà dai lockdown e dalla ripresa dei consumi: solo dopo si potranno fare previsioni. Ciò che sappiamo è che la produzione massima di Eni sarà al 2025, dopo di che inizierà una stabilizzazione con una decrescita della produzione del petrolio, dal 2030 molto più marcata, per poi diventare praticamente dei produttori solo di gas che utilizzeremo per accompagnare al decarbonizzazione". Oggi il prezzo del Brent cede ben il 5,32% a 37,53 dollari al barile e il Wti il 5,57% a 35,27 dollari al barile.
Post conti oggi Société Générale ha alzato il giudizio su Eni da hold a buy, fissando il nuovo target price a 9,1 euro rispetto al valore di 8,2 assegnatogli precedentemente. Gli analisti hanno contestualizzato la propria decisione alla luce del fatto che “il piano di azione della società le ha consentito di generare un free cash flow organico nel terzo trimestre in un contesto che risulta ancora molto difficile", evidenziando nel contempo come pensano vi sia "ancora un consistente upside per i flussi di cassa durante la normalizzazione macroeconomica post Covid-19". La decisione di Société Générale è dovuta anche e soprattutto ai risultati conseguiti dall’azienda nel terzo trimestre, che si sono rivelati decisamente “più forti delle attese". (riproduzione riservata)