Una giornata decisamente positiva per Claudio Descalzi, questo venerdì 24 ottobre. La cerimonia al Quirinale per l’investitura a cavaliere del Lavoro quasi ha rubato per un attimo la scena ai conti del terzo trimestre 2025 della sua Eni, chiusi con un utile netto di 1,25 miliardi di euro e l’aumento di buyback e guidance su cassa e produzione. Mentre il mercato accoglieva i conti a piazza Affari con un rialzo del titolo del 2,7%, a 16 euro, Descalzi era a Roma, a ricevere dal presidente Sergio Mattarella le insegne, come da nomina del 2 giugno scorso.
Ma questione di un attimo, appunto. I numeri, e soprattutto le implicazioni del definitivo addio di Bruxelles al gas russo, hanno la priorità anche sulle onorificenze.
Domanda. Partiamo dai conti. Consenso battuto, analisti prodighi di complimenti. Soddisfatto?
Risposta. Certo, ma sono traguardi che vengono da un lavoro lungo. Abbiamo superato del 20% le attese sul risultato netto, che è anche superiore a quello dell’anno scorso pur con dieci dollari in meno sul prezzo Brent e con un dollaro più debole del 6% rispetto all’euro, cosa che su Eni pesa molto. Abbiamo superato del 15% il consenso sul flusso di cassa operativo, oltrepassato le stime sull’ebit e anche quelle sulla produzione: avevamo fissato un limite massimo a 1,72 milioni di barili equivalenti al giorno, oggi siamo già a 1,8 milioni. Non mi sorprende, ma mi inorgoglisce il fatto di essere cresciuti su tutti i fronti. Abbiamo anche ridotto il debito in modo sostanzioso e aumentato il buyback di 300 milioni, portandolo a 1,8 miliardi. In un anno in cui quasi nessuno è riuscito a ridurre la leva, noi l’abbiamo abbassata dal 21% al 17-18% reported e al 12% proforma. È un risultato eccezionale che conferma il potenziale dei nostri business e, soprattutto, la validità della nostra strategia.
D. Si riferisce al modello satellitare che ha portato alla nascita di Enilive, Plenitude etc, e al dual exploation model, entrambi ormai un marchio di fabbrica?
R. Rappresentano una strategia diversa da quella di tutte le altre società. L’abbiamo costruita anni fa e lanciata in modo esplicito quattro anni fa. Quindi sì, parlo proprio dei satelliti che fanno emergere il valore dei singoli business, e del dual exploration model, che ci consente di valorizzare quote di minoranza nelle nostre scoperte più importanti. Ma non solo. Raccogliamo i frutti anche di altre intuizioni. Già nel 2014 abbiamo iniziato a lavorare sulla bio-raffinazione e oggi è una realtà.
Siamo avanti anche sulla cattura della CO2, primi per distacco rispetto agli altri, e su progetti di punta come la fusione nucleare e il super-calcolo: in quest’ultimo campo la potenza del nostro green data center ci colloca primi tra le società commerciali e quinti al mondo, dietro solo a strutture statali cinesi e americane. Tutto questo è accompagnato da efficienza e disciplina finanziaria: siamo cresciuti di 4 miliardi di ricavi pur mantenendo i costi sotto controllo. I satelliti stanno generando ritorni inaspettati, sia in termini di incassi sia di performance industriale. Riceviamo dividendi, anche dalle società della transizione.
D. Mesi fa, sulle pagine di questo giornale, aveva detto che Eni non avrebbe più comprato gas russo, nemmeno in caso di pace con l’Ucraina. Ora Bruxelles ha deciso di fare altrettanto: bando totale comunque vada a finire tra Kiev e Mosca. Cosa cambierà?
R. È una decisione che avrà impatti forti sull’Europa e sul mercato mondiale, ma noi ci siamo preparati da tempo. Avevamo già scelto di non acquistare più gas russo e di diversificare i fornitori. Già dal 2017-2019 avevamo deciso di posizionarci sulla catena del valore, partendo dal gas di nostra produzione. Non siamo una semplice utility che compra e rivende: produciamo, investiamo e abbiamo un hedging fisico che ci protegge anche nei momenti difficili.
D. Per questo avete retto all’urto Gazprom, a differenza di Uniper, in Germania, ed Edf in Francia?
R. Sì. Altre società europee che non avevano coperture fisiche, hanno subito perdite per decine di miliardi e sono state di fatto nazionalizzate. A noi non è successo perché avevamo costruito una filiera industriale solida, basata su gas di proprietà e diritti di esportazione. Questo non solo ci ha salvato, ma ci ha dato un vantaggio appena il mercato si è stabilizzato. È chiaro però che la mancanza del gas russo peserà su molti paesi, e per questo bisogna investire ancora di più in sicurezza e strategie energetiche.
D. Bruxelles sta cambiando atteggiamento?
R. Sì, l’Europa ha capito che non si può puntare su una sola fonte. I processi energetici sono additivi, non sostitutivi. Anche se il gas non ha ancora rimpiazzato il carbone nella produzione elettrica mondiale, è innegabile il suo ruolo nella transizione. Le rinnovabili stanno dando un grande contributo, e noi raggiungeremo in anticipo il target dei 5,5 gigawatt che ci siamo dati.
Ma serve equilibrio: stabilito che non si può tornare indietro sulla transizione, occorre comunque evitare rigidità ideologiche e decisioni radicali. Bruxelles lo sta capendo, anche riguardo alla scadenza al 2035 per i motori endotermici che non sembra più insormontabile. Siamo conviti che un grosso aiuto verrà dai carburanti sostenibili.
D. Se Mosca e Kiev sono ancora lontani da una tregua, Israele e Hamas l’hanno raggiunta. Questo sblocca i piani di sviluppo dei giacimenti offshore. Sarete della partita?
R. Ecco, questo è un aspetto sul quale si fa ancora confusione. Eni è fra i gruppi risultati vincitori nel bando di assegnazione dei blocchi esplorativi nell’offshore israeliano. Ma questo avveniva prima dello scoppo della guerra, e da allora non c’è stata nessuna aggiudicazione di licenze esplorative, né tantomeno abbiamo firmato accordi contrattuali.
Nel frattempo, Eni non è rimasta ferma e si è concentrata su progetti di ben altra scala: Argentina, Mozambico, Indonesia, Malaysia, Qatar, Abu Dhabi, Norvegia, Regno Unito. È una dimensione completamente diversa, più coerente con la nostra visione di lungo periodo. (riproduzione riservata)