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Dentro la sentenza della Corte Suprema che ha bocciato i dazi di Trump
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Dentro la sentenza della Corte Suprema che ha bocciato i dazi di Trump

di Marcello Clarich
26 febbraio 2026, 02:00 Ultimo aggiornamento: 06:58

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi i dazi imposti da Trump, evidenziando effetti distorsivi sul commercio e costi per i consumatori americani. La sentenza sottolinea l'importanza del potere legislativo del Congresso

«No taxation without representation» è in estrema sintesi il senso della sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha dichiarato illegittimi i dazi imposti lo scorso anno dal presidente Donald Trump a livello globale. Dazi che hanno avuto effetti distorsivi del commercio internazionale e il cui costo in ultima analisi è ricaduto almeno in parte sulle spalle dei consumatori americani.

La vicenda trae origine da una causa intentata da alcuni importatori e da 12 Stati contro gli executive orders presidenziali che hanno previsto dazi alle importazioni come misura per fronteggiare due emergenze: il pericolo alla salute pubblica dovuto all’ingresso illegale di droghe da Messico, Canada e Cina; il persistente deficit commerciale degli Stati Uniti che mette a rischio la sicurezza nazionale.

I fondamenti giuridici alla base della sentenza

La base giuridica di queste misure è una legge del 1977, l’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) che autorizza il presidente a dichiarare lo stato di emergenza nazionale in presenza di situazioni di minaccia straordinaria. Una prima questione è se le ragioni addotte nei due executive orders integrano effettivamente questo presupposto oppure se si è trattato di un pretesto per dar corso a una politica di dazi da lungo tempo prefigurata dal presidente Trump.
La Corte Suprema, che ha deciso a maggioranza 6 a 3, non è entrata in questo tipo di valutazione perché ha ritenuto che l’Ieepa non consenta in ogni caso l’imposizione di dazi.
La norma infatti attribuisce al presidente un’ampia gamma di poteri straordinari che includono anche quello di regulate e di prohibit le importazioni (ma anche le esportazioni). Poteri analoghi sono peraltro previsti in tutti i Paesi perché ogni emergenza richiede misure di contrasto eccezionali che non possono essere indicate in modo preciso e tassativo dalla legge. Basti pensare in Italia alle cosiddette ordinanze contingibili e urgenti emanate durante la pandemia da Covid-19 o per far fronte a disastri naturali.

Perchè l’International Emergency Economic Powers Act non può essere applicato alla questione dazi

Tuttavia, secondo la Corte Suprema, né la dizione regulate né quella prohibit legittima l’imposizione di dazi. Può sembrare una questione di lana caprina alla quale però l’opinione della maggioranza, firmata dal chief justice John Roberts, e le opinioni dissenzienti dedicano molte pagine (su 170 complessive).
In primo luogo, l’Ieepa va interpretato in modo restrittivo in quanto la Costituzione americana riserva al Congresso il potere di imporre imposte e tasse (art. I, Sec. 8). Quest’ultimo può delegare il presidente ma solo sulla base di criteri precisi e con norme chiare. Molti precedenti della Corte Suprema citati dal chief justice sono cauti nell’avallare poteri straordinari di grande impatto riconosciuti da leggi di delega ambigue.
Così il verbo «regolare» le importazioni non può includere quello di imporre tasse, almeno sulla base delle definizioni comuni di questa espressione. La sentenza cita il caso della Securities Exchange Commission (Sec) che ha per legge il potere di regolare gli scambi di titoli sui mercati ma è pacifico che non può tassare gli strumenti finanziari.

Le zone d’ombra

Quanto al «proibire» le importazioni, uno dei giudici dissenzienti ricorre all’argomento retorico del «nel più ci sta il meno»: se è consentito proibire a maggior ragione è lecito tassare, che costituisce una misura meno restrittiva. La replica del chief justice è che la differenza non è di grado ma qualitativa, ciò che indebolisce l’argomento.

La sentenza è ricchissima di spunti. Per esempio, sottolinea con forza i pregi del processo deliberativo parlamentare per quanto esso possa apparire defatigante. La scorciatoia delle deleghe di poteri all’esecutivo mortifica il ruolo del Congresso.

La sentenza della Corte Suprema non chiarisce come avverrà il rimborso dei dazi ora dichiarati illegittimi. Uno dei giudici dissenzienti prevede che la procedura «is likely to be a mess» e infatti sono già state avviate in modo disordinato azioni giudiziarie da parte di vari importatori.

Una delle opinioni dissenzienti chiarisce poi che il presidente degli Stati Uniti potrà imporre dazi anche sulla base di altre leggi, però entro limiti più ristretti. Così i dazi del 10% o 15% già imposti a tappeto da Trump possono avere una durata massima di cinque mesi.

Che morale trarre da questa vicenda? Il potere di tassare è da sempre una prerogativa esclusiva dei Parlamenti. I dazi non possono essere rimessi all’arbitrio dell’esecutivo, tenuto anche conto che Trump li ha usati come arma di pressione e in modo ondivago. L’incertezza per gli operatori, unita agli effetti distorsivi del commercio internazionale, non giova all’immagine e all’affidabilità di un grande Paese. Ma molti sperano nelle elezioni di mid-term che potrebbero far perdere al presidente il sostegno del Congresso. (riproduzione riservata)



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