Dopo anni di tentativi è stata finalmente approvata (alla Camera e adesso è approdata al Senato) una normativa che punta a regolamentare l’attività di lobbying. Il settore muove un giro d’affari di 100 milioni di euro annui ma finora non aveva un riconoscimento ufficiale.
Non a caso tra le novità principali previste nel provvedimento c’è l’obbligo per gli operatori del settore di iscriversi a un apposito registro (in cui confluiranno i registri già esistenti, come per esempio quello alla Camera) istituito presso il Cnel e di segnalare ogni settimana tutti gli incontri svolti. E dopo l’ok definitivo alla legge l’Istat dovrà integrare la lista dei codici Ateco con uno specifico per i rappresentanti di interessi. Il ddl Lobby prevede anche che l’iscrizione al registro e quindi lo svolgimento della professione sia interdetto a chi è stato condannato in via definitiva con pene oltre due anni per reati contro la pubblica amministrazione. Mentre al Cnel sarà creato un comitato di vigilanza per eventuali sanzioni, dalle multe alla sospensione.
I tentativi di incardinare il settore sono stati portati avanti sin dal 1979, quanto arrivò in Parlamento la prima proposta per regolamentare quelle che all’epoca si chiamavamo «attività professionali di relazioni pubbliche». E sicuramente risulta necessario regolamentare il comparto per eliminare quel «senso di incertezza che alimenta quell’alone di dubbio sulla liceità dei mezzi che i lobbisti usano, quando non della professione stessa», ha sottolineato a MF-Milano Finanza Licia Soncini, presidente e fondatrice nel 1993 del Centro Studi Parlamentari Nomos, prima società italiana specializzata nelle attività di public affairs, comunicazione istituzionale e appunto lobbying. Però «la proposta attualmente in discussione in Senato non va bene», avverte. Innanzitutto «per le motivazioni da cui parte, che sono riconducibili alla volontà di contenere una patologia, e questo è chiaramente individuabile nell’intento punitivo che pervade il testo, e non alla volontà di regolamentare una risorsa da valorizzare».
Per di più il testo all’esame di Palazzo Madama «rispecchia un modo di legiferare tutto italiano che bada alla forma e non alla sostanza» - nota ancora Soncini - in quanto ignora «il fatto che l’innovazione digitale ha cambiato tutto il mondo intorno a noi, financo il modo di innamorarci, mentre per la regolamentazione del lobbying rimaniamo ancorati a categorie analogiche novecentesche che non servono più a rappresentare la realtà». Stride il fatto che il disegno di legge «non dice nulla sul digital lobby né tantomeno sull’advocacy, uno dei sistemi più utilizzati per fare lobbying attraverso i social».
Tornando al nodo del registro presso il Cnel, Soncini sottolinea che si tratta «solo di un aggravio burocratico che non servirà a nulla». D’altronde «cosa cambierà dopo che avrò compilato il registro, adempiendo formalmente alla legge e poi aggirandola raggiungendo gli stakeholder con cui voglio interloquire in tutte le forme digitali che ho a disposizione senza incontrarli fisicamente?».
Da non sottovalutare poi che ci sono troppe esclusioni, ossia «vanno inserite tutte le categorie che fanno effettivamente lobbying, come ci ha insegnato il Qatargate». Ad esempio, ha concluso Soncini, «non ha senso lasciare fuori i sindacati». (riproduzione riservata)