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Quelle barriere interne che danneggiano l'Ue come dazi: ecco l’analisi del Fmi citata da Draghi, spiegata bene
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Quelle barriere interne che danneggiano l'Ue come dazi: ecco l’analisi del Fmi citata da Draghi, spiegata bene

21 febbraio 2025, 20:10 Ultimo aggiornamento: 22:05

Le barriere negli scambi commerciali tra Paesi dell’Unione equivalgono a dazi del 45%. Così ostacolano la crescita delle imprese e della produttività  | L’Europa ha di nuovo bisogno di Mario Draghi per poter resistere a Donald Trump

L’Europa vive con giustificata preoccupazione la svolta di Donald Trump sulla difesa del Vecchio Continente e sulle politiche commerciali. Riguardo al primo punto, i Paesi europei sembrano aver capito di non poter dipendere esclusivamente dalla protezione degli Stati Uniti. Sui dazi c’è attesa per le decisioni della nuova amministrazione Usa. In questo ambito l’Ue può fare molto senza aspettare le iniziative di Trump.

In tal senso è arrivato nei giorni scorsi il forte messaggio di Mario Draghi al Parlamento Ue: «Abbiamo un mercato interno che ha una dimensione simile a quello degli Usa. Abbiamo il potenziale per agire su scala. Ma il Fmi stima che le nostre barriere interne siano equivalenti a dazi di circa il 45% per il settore manifatturiero e del 110% per i servizi». Draghi ha perciò sottolineato: «Spesso siamo il peggior nemico di noi stessi».

In uno scenario di questo tipo, con alti costi per il commercio all’interno dell’Europa, è di fatto impossibile creare le condizioni per lo sviluppo di imprese innovative nell’Ue. È più probabile che le aziende restino di medie dimensioni (al massimo campioni nazionali) o preferiscano spostarsi negli Usa.

L’analisi Fmi

Il Fmi ha osservato nell’analisi citata da Draghi: «Le grandi imprese leader europee innovano e crescono meno di quelle Usa, mentre le giovani aziende a forte sviluppo hanno un peso minore nell’economia. Questi motori di crescita della produttività sono in affanno, così l’Europa soffre anche di una sovrabbondanza di imprese mature stagnanti».

Il Fondo Monetario Internazionale in particolare ha sottolineato «il ruolo fondamentale dell’eliminazione delle barriere intraeuropee per migliorare il dinamismo delle imprese e rilanciare la produttività». Questo punto deve essere integrato da «riforme nazionali che riducano le barriere all’ingresso delle imprese, ne facilitino l’uscita e rimuovano i disincentivi fiscali e normativi alla crescita».

I dati del Fmi dicono che l’intensità degli scambi commerciali tra Paesi Ue è meno della metà di quella all’interno degli Stati Uniti. I costi medi del 45% tra Paesi Ue nel settore manifatturiero sono circa il triplo di quelli negli Stati Uniti.

Questa situazione è una zavorra per la produttività, uno dei principali problemi dell’economia europea. Le stime del Fmi segnalano che se le barriere interne nell’Ue fossero per ipotesi allo stesso livello di quelle Usa, ci sarebbe un incremento della produttività europea di quasi il 7%. Se si osservano soltanto i dati relativi ai beni, le barriere interne sono alte soprattutto nell’agricoltura, nel tessile e nell’elettronica.

La forte apertura verso i Paesi extra-Ue

La difficoltà negli scambi dentro l’Ue si accompagna da tempo con un’alta apertura nel commercio extra-Europa. Dal 1999 la quota del commercio sul pil è aumentata in misura significativa (dal 31% al 55%) nell’Eurozona, mentre in Cina è aumentata soltanto dal 34% al 37% e negli Stati Uniti dal 23% al 25%. Questa apertura «era un vantaggio in un mondo in fase di globalizzazione. Ma ora è diventata una vulnerabilità», ha rilevato Draghi sul Financial Times. «Il paradosso è che mentre le barriere interne sono rimaste alte, quelle esterne sono diminuite con l’accelerazione della globalizzazione. Le imprese Ue hanno guardato all’estero per sopperire alla mancanza di crescita interna e le importazioni sono diventate relativamente più attraenti».

La domanda interna è rimasta debole e non riesce a stimolare la ripresa, mentre il modello di crescita basato sulle esportazioni è in crisi. Sui mercati internazionali intanto è in forte crescita la concorrenza della Cina: «Gli esportatori europei stanno perdendo il vantaggio competitivo mentre i rivali cinesi prendono il sopravvento in settori chiave», ha osservato Capital Economics.

Mentre le esportazioni verso la Cina sono aumentate in media del 5% all’anno tra il 2002 e il picco del 2018, oggi sono inferiori di circa il 30% rispetto al livello del 2018. Secondo gli economisti «la Cina è passata da essere un consumatore chiave delle esportazioni dell’Eurozona a essere un concorrente diretto nei mercati terzi».

Lo si vede soprattutto nell’industria automobilistica che potrebbe essere anche il prossimo bersaglio dei dazi di Trump, dopo le misure (finora limitate per l’Europa) su alluminio e acciaio. Nel complesso secondo Capital Economics le esportazioni dell’Eurozona saliranno dell’1% nel 2025 e dell’1,5% nel 2026, rispetto alla media pre-pandemia del 4,2%.

L’Europa, anche negli scambi commerciali e non solo nella difesa, non può più contare sul sostegno degli Usa. Ma c’è molto spazio per rafforzare il mercato interno. Da qui il «fate qualcosa» di Draghi al Parlamento Ue. Sono sempre più urgenti interventi per ridurre le barriere dentro l’Ue, abbassare i prezzi dell’energia e trattenere nel Vecchio Continente parte dei 300 miliardi di risparmi Ue che ogni anno vengono investiti all’estero anche per mancanza di opportunità in Europa. (riproduzione riservata)



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