La corsa dei data center e dell’AI sta spingendo il fenomeno delle speculative grid connection applications, le richieste speculative di capacità elettrica. In altre parole, le domande di connessione sono largamente superiori alla reale messa a terra dei progetti. Il caso di Terna è emblematico: le richieste hanno superato gli 80 Gigawatt, ma se si chiede all’ Ida, l’Associazione Italiana del settore, quanti ne arriveranno davvero al traguardo nel 2028, la risposta è lapidaria: appena uno. Molti Paesi europei si stanno attivando contro la ghost capacity e la Commissione Ue sta lavorando a misure per sfoltire le code di connessione, liberare capacità e dare priorità ai progetti concreti, mentre la Gran Bretagna adotterà dei provvedimenti entro il 2026. «Anche in Italia servirebbe un sistema che selezioni gli operatori seri», afferma Carlo Matildi, managing director in Italia di Turner & Townsend, gruppo specializzato nel project e cost management nel real estate, infrastrutture ed energy, con particolare focus sui data center come settore di punta a livello globale
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D. Quali misure potrebbero essere adottate?
R. Il sistema più efficace è quello del Portogallo: per richiedere potenza, bisogna versare una sorta di cauzione significativa che cresce per scaglioni fino a oltre 40 mila euro per Mva. Se poi quella capacità non viene utilizzata entro certi tempi, si perdono sia i soldi sia i megawatt. Questa misura ha ridotto di almeno 10 volte le richieste speculative. Il punto è che oggi chiunque può fare una richiesta di potenza. E il data center è diventato un hype: tutti pensano di aver trovato il filone d’oro. Se invece chiedere una connessione in alta tensione costasse davvero, molti operatori speculativi sparirebbero subito. O hai un progetto serio e la capacità finanziaria per svilupparlo, oppure non ingolfi il sistema con richieste che poi non porteranno a nulla.
D. Quanto è reale il gap tra richieste di connessione e reale messa a terra dei data center?
R. Il gap c’è, e dipende da più fattori. Dal punto di vista degli operatori, il mercato italiano ha cambiato completamente scala. Fino a pochi anni fa si parlava di investimenti piccoli, poi la taglia ha iniziato a crescere. Oggi il range è tra i 60-100 Mw e i 3-400, e a salire come nel caso degli Hyperscale. Il punto è che chi compra o affitta un data center chiede subito se tutta la potenza è disponibile, anche se poi la costruzione avverrà in più fasi o ne servirà meno.
D. E voi su che scala state lavorando in Italia?
R. Abbiamo progetti per circa 500 Megawatt, in varie fasi e in pipeline abbiamo progetti per 800 Mw. Tra i diversi progetti, ne cito due che abbiamo seguito dall'acquisizione fino a completamento nell’area di Milano: uno vicino a Settimo Milanese e uno a Melegnano. Le prime fasi sono operative e stiamo completando quelle successive. Uno dei progetti ha riguardato un brownfield su un ex sito industriale dell’Italtel, con bonifica dell’amianto e del terreno, demolizioni e tutto il percorso autorizzativo.
D. Qualcosa si muove anche fuori Milano?
R. Per ora i nostri progetti sono quasi tutti nell’area di Milano, tranne uno su Roma dove stiamo supportando altri operatori. Ma sì, qualcosa si muove. A Torino, per esempio. Roma ha un suo nodo di interscambio importante, anche se non ai livelli di Milano. Si comincia a parlare del Sud, dell’area di Napoli, di Bari e in prospettiva anche della Sicilia grazie alle interconnessioni di cavi sottomarini in fibra. Dove arrivano i cavi, spesso arrivano i data center, come è successo anche a Genova, con il data center di Equinix.
D. Il decreto energia ha introdotto una procedura accelerata per i permessi. Funzionerà?
R. È un buon passo avanti. Il governo sta cercando di favorire investimenti che vanno nella direzione giusta. L’idea di un commissario con poteri straordinari e di una tempistica massima di dieci mesi per il processo autorizzativo, per un investitore in data center, è quasi l’eldorado. Il problema principale per gli operatori è la certezza dei tempi. Quando acquistano un terreno stanno già parlando con i clienti finali e definendo date precise di Ready for Service, cioè quando il data center dovrà essere operativo. Se quelle date saltano, ci possono essere penali enormi. La norma è positiva, ma servono figure in grado di prendere decisioni rapide. Se prometti 10 mesi per le autorizzazioni ma poi impieghi più di un anno per nominare il commissario, tutto il vantaggio si perde.
D. Intanto Terna cita il boom delle richieste anche per i possibili problemi di congestione della rete. È emergenza?
R. In parte sì, perché gli interventi sulla rete vanno programmati con molto anticipo. Ma c’è anche un altro aspetto: una volta che Terna riceve una richiesta e firma un contratto, assume un impegno a rendere disponibile quella potenza entro certe tempistiche. Detto questo, Terna sa bene che molte richieste avranno tempi di realizzazione più lunghi, ma deve comunque pianificare gli investimenti perché la rete va adeguata. (riproduzione riservata)