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Danish Compromise, se l’Eba ci mette un mese a lavarsene le mani nell’opa Banco Bpm-Anima

di Angelo De Mattia
28 marzo 2025, 21:35 Ultimo aggiornamento: 21:36

La risposta da azzeccagarbugli dell’autorità europea sull’interpello preventivo di Banco Bpm rafforza la tesi della necessità di rivedere l’assetto della regolazione e dei controlli in materia bancaria, finanziaria e assicurativa

L’interpello del Banco Bpm sull’applicabilità del Danish Compromise nell’opa su Anima è un esempio di come non dovrebbero svolgersi i rapporti tra vigilanti e vigilati. Settimane dopo richiesta del parere la Vigilanza della Bce ha emesso un responso negativo ma che vuole essere parte di un procedimento la cui conclusione spetta all’Eba (Autorità bancaria europea).

Sui contenuti occorrerà riflettere, soprattutto con riferimento allo scarso rilievo dato al rapporto del Banco con Bpm Vita e al ruolo di quest’ultima nell’operazione. In ogni caso si è fatto passare tempo mentre l’opa era in corso, il mercato chiedeva chiarezza, occorreva un orientamento per i risparmiatori-investitori e la confusione invece dominava.

La risposta dell’Eba


Ma il caso clamoroso si verifica subito dopo. L’Eba, che avrebbe dovuto pronunciarsi conclusivamente, attivata il 19 febbraio, risponde il 27 marzo negando la sua competenza: in sostanza afferma che la questione sollevata è al di fuori dell’ambito del processo di Q&A e come tale non può essere affrontata per il tramite del questionario Q&A, anche perché questo problema tocca profili ed elementi che richiedono una valutazione più ampia e approfondita.


L’Azzeccagarbugli manzoniano impallidirebbe. Ma soprattutto per questo lavarsi le mani era necessario più di un mese? Esistono dei limiti alle questioni che possono essere sollevate per conoscere l’orientamento degli organi di supervisione? Ma ciò, se pure fosse fondato, avrebbe dovuto essere eccepito il giorno dopo l’arrivo della richiesta di Bpm e non a distanza di tanto tempo, ingenerando anche il dubbio teorico di non aver voluto pronunciarsi per non eventualmente differenziarsi dalla Bce.

Insomma, la funzione di interpello preventivo, che dovrebbe essere ampia e trovare larga disponibilità per corrispondere a una fondata esigenza di collaborazione tra authority e vigilati, viene così maldestramente ridimensionata. In questo caso invece si afferma l’immagine di un’autorità burocratica che nella sostanza sembra dire all’interpellante: decidi tu, poi io valuterò, con i miei tempi, se hai fatto bene o male. Poi dagli stessi organi di supervisione vengono spesso critiche alle burocrazie anche nazionali all’insegna del «fate come dico io, non come faccio io». Da questo punto di vista, sia pure con tempi inaccettabili, la Vigilanza Bce una decisione l’ha presa, condivisibile o no.


Sia chiaro: non si fa qui una difesa dell’applicabilità del Danish Compromise nel caso in questione, ma si ritengono necessari comportamenti ben diversi degli organi sovraordinati. Il Banco ha comunque deciso che proseguirà ugualmente sulla strada dell’acquisizione. Sarà opportuna e doverosa una valutazione sotto il profilo tecnico-giuridico se e come reagire al comportamento pilatesco. A volte, anzi spesso, l’imbocco della strada delle sedi giurisdizionali produce risultati positivi insieme con un necessario chiarimento. Un esame sarà ovviamente compiuto da Unicredit che ha lanciato la nota ops sul Banco, considerati i possibili impatti sulla consumazione di patrimonio.

Serve una revisione della legislazione europea


Insomma, valutazioni ad ampio raggio saranno opportune. Più in generale, questa vicenda rafforza la tesi della necessità di rivedere l’assetto della regolazione e dei controlli in materia bancaria, finanziaria e assicurativa. Innanzitutto, per le banche la compresenza della Vigilanza unica e dell’Eba non trova alcuna valida giustificazione. Si dovrebbe progettare una concentrazione di attribuzioni nel quadro di una revisione dell’architettura delle authority (Eba Esma ed Eiopa) e dei rapporti con le interfacce nazionali.

L’assetto attuale si basa sulla cosiddetta «comitologia» di diversi decenni fa. Se ora si avverte il bisogno di andare verso la concentrazione della regolazione e dei controlli, allora bisogna trarne le conseguenze anche nella ripartizione tra attribuzioni europee e nazionali che rispondano ai principi di sussidiarietà, proporzionalità e adeguatezza. Le innovazioni e le trasformazioni che stanno avvenendo e quelle che si annunciano - dai cripto-asset all’intelligenza artificiale - richiedono risposte adeguate a livello istituzionale e nei rapporti tra organi neutri di garanzia e controllo, governi, Parlamenti.

Ciò postula una revisione della legislazione europea, innanzitutto in materia bancaria e finanziaria, anche attraverso la riconduzione della normativa a Testi Unici per argomenti, molto spesso richiesta con argomentazioni inoppugnabili, in particolare dal presidente dell’Abi Antonio Patuelli.


Insomma, il caso Bpm dovrebbe essere catalizzatore di un processo di riforma, avendo esso la capacità di aprire gli occhi pure a chi sarebbe propenso al «quieta non movere». Potrebbe essere la volta buona che si affronta questo tema. «Ex malo bonum»: dalla condotta sopra indicata a una positiva riforma. (riproduzione riservata)



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