Qualcosa si muove nel mondo delle piccole fondazioni. Che sia per rispettare il protocollo Acri-Mef, per adeguarsi alle normative Ue o perché costrette a scegliere da un’opa, anche gli enti di origine bancaria finiscono per iscriversi alla giostra del risiko. A essere in palio, questa volta, non sono i grandi istituti quotati ma quelli minori. Dettaglio che si riflette sulle dimensioni delle fondazioni in campo.
È il caso della Fondazione CariAsti, primo azionista dell’omonima banca con il 31,8%. L’ente piemontese ha circa l’80% del patrimonio investito nella conferitaria e deve scendere per rispettare i limiti (44% e 39% per i piccoli istituti) del protocollo, pensati per diversificare le partecipazioni ed evitare i rischi di concentrazioni eccessive.
Tra le opzioni c’è anche la cessione dell’intera quota, che potrebbe portare alla vendita di CariAsti se gli altri soci, le Fondazioni CariBiella (12,91%) e CariVercelli (4,2%), più il big Crt (6%), si accoderanno all’azionista di riferimento. L’interesse non manca, come quello di Bpm (a sua volta socio con il 9,9%), Credem e Unicredit.
Anche la Fondazione CariFermo e la più grande CariBolzano sono in una situazione analoga. La prima ha il 66,7% della marchigiana CariFermo mentre la seconda il 63,1% dell’altoatesina Sparkasse. Come per Asti, però, non c’è nessuna fretta di vendere perché il recente addendum del protocollo concede tre anni per rientrare nei ranghi. Un accordo non firmato dalla Fondazione CariFossano, che controlla l’omonima banca in provincia di Cuneo ed eccede i limiti regolamentari.
Non è la diversificazione, invece, a muovere la Fondazione Cassa di Faetano, che ha il 90% della Banca di San Marino. L’ente non è nell’Acri e cerca liquidità per permettere alla conferitaria di rispettare gli standard di capitale di Basilea, necessari per accedere ai vantaggi del mercato Ue.
Mentre sarà una logica finanziaria a guidare gli azionisti di Banca Sistema, le Fondazioni Sicilia (7,4%), CariAlessandria (7,4%) e la più grande CariCuneo (5%). La challenger bank è sotto l’opas di CF+ e, non trattandosi della conferitaria, i soci decideranno se aderire guardando i numeri. Insomma, sarà questione di prezzo.
Ne emerge un quadro variegato, con le singole fondazioni in campo che agiscono in autonomia, ma mantenendo saldi i legami dentro l’Acri. Nessuna tendenza di sistema, quindi, anche perché il processo di diversificazione del patrimonio è quasi compiuto. In media gli enti italiani hanno una concentrazione del 25% nella conferitaria, mentre il 48% ha dismesso l’intera quota. Significa che uno storico legame, anche per le piccole realtà, è destinato ad allentarsi?
«Il rapporto tra banche e fondazioni minori si valorizzerà ancora nel rispetto del protocollo Acri-Mef e secondo logiche di tutela del patrimonio e di prudenza nella gestione», spiega Alessandro Carpinella, senior partner di Prometeia.
«In questi anni il valore delle partecipazioni bancarie è cresciuto insieme alla consapevolezza del valore economico e sociale delle quote stesse. Inoltre gli istituti minori quotati non sono aumentati, quindi i margini di manovra per cedere le loro azioni restano limitati. Terzo, le opportunità di investimento alternative delle fondazioni sono ridotte dalla loro mission e dalle regole, che le rendono investitori di lungo termine. Di conseguenza è immaginabile un futuro in continuità con il passato per questi enti, con poco m&a salvo casi specifici». (riproduzione riservata)