Per le banche oggi distribuire dividendi rende meno. Se fino a poco tempo fa una capitalizzazione contenuta consentiva di generare alti ritorni, l’attuale rivalutazione dei titoli ha gonfiato le valutazioni. Il risultato è che, a parità di cedole, il rendimento effettivo per l’azionista si contrae. La sola distribuzione appare così meno appetibile rispetto al passato.
Qui si inserisce il nuovo ciclo dell’m&a bancario europeo, che da inizio anno ha già raggiunto quota 27 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2024. Una tendenza che – secondo il nuovo report pubblicato da Oliver Wyman – trova nell’Italia il suo centro di gravità. «Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un evidente aumento dell’attività di m&a nel settore bancario europeo – sottolinea Luigi De Sanctis, responsabile financial services per il Sud Est Europa di Oliver Wyman – e l’Italia è senza dubbio il cuore pulsante di questo fermento». Sul mercato ci sono giù sei deal per un controvalore complessivo oltre i 40 miliardi ed è solo l’inizio.
A spingere il ritorno dell’m&a bancario ci sono almeno tre forze congiunte: la ritrovata redditività degli istituti, il miglioramento patrimoniale post-crisi e l’urgenza strategica di scala e diversificazione. «Le banche hanno consolidato la loro solidità patrimoniale, hanno pulito i bilanci, raggiunto una redditività interessante e oggi cercano nuove vie di crescita per affrontare le sfide tecnologiche», spiega De Sanctis. Il ritorno medio implicito sul capitale – misurato come utile netto su capitalizzazione – resta elevato, ma le quotazioni in borsa sono aumentate. Ed è qui che cambia la prospettiva: «Distribuire dividendi oggi è meno redditizio», osserva De Sanctis. «Questo porta molte banche a esplorare fusioni e acquisizioni, anche se, va detto, non sono prive di rischi».
Nel confronto europeo, l’Italia si distingue per almeno tre motivi. Primo: il mercato resta frammentato. «Non siamo ancora ai livelli di concentrazione di Francia, Spagna o Olanda – ricorda De Sanctis – e questo apre spazi per nuove aggregazioni». Secondo: la redditività degli istituti è tornata su livelli molto alti, grazie anche a un costo della raccolta contenuto. Terzo: la contendibilità. «La riforma delle popolari ha reso molte banche più aperte a operazioni straordinarie. L’offerta di Intesa su Ubi è stato un punto di svolta: da allora si sono moltiplicate le operazioni non concordate, spesso più semplici da realizzare rispetto a fusioni bilaterali».
Ma c’è un’altra peculiarità italiana: l’operatività delle banche target può essere congelata per mesi in attesa dell’esito di un’offerta, soprattutto quando si applicano regole come la passivity rule. E questo finisce per limitare la capacità del management di pensare in chiave strategica. Di qui l’appello alla chiarezza: «È essenziale – aggiunge De Sanctis – che il mercato abbia regole chiare e tempi certi. L’incertezza è la vera nemica della trasformazione».
Oliver Wyman individua cinque macro-temi che guideranno il mercato nei prossimi due anni. In primis le fusioni domestiche, dominate dalla logica delle sinergie di costo. Poi le operazioni transfrontaliere, più complesse ma sostenute dalla Bce e auspicabili per completare l’Unione bancaria. Terzo, il consolidamento negli asset financing, dove istituti come Nordea o Crédit Agricole hanno investito per espandere quote di mercato. Quarto: il segmento dei pagamenti, che vede le banche europee ancora in ritardo rispetto ai grandi player fintech. Infine, le partnership e joint venture, come la neonata Estreem tra Bnp Paribas e Groupe Bpce.
I valori di borsa oggi riflettono realisticamente i fondamentali del settore? «È naturale chiedersi se queste valutazioni siano giustificate – ammette De Sanctis –. Oggi i numeri reggono: la redditività è buona, i margini d’interesse iniziano a calare, ma sono compensati da commissioni e plusvalenze. Il punto è capire quanto durerà questo equilibrio, soprattutto in uno scenario di tassi in discesa e tensioni geopolitiche». Il nodo, insomma, è la sostenibilità dei conti in uno scenario diverso da quello straordinario degli ultimi due anni. Anche per questo – fa notare De Sanctis – «le offerte oggi sono quasi tutte strutturate in azioni, proprio per proteggere l’offerente dalla volatilità di borsa».
Determinante anche il ruolo delle istituzioni. «Le autorità transnazionali sono generalmente favorevoli al consolidamento – afferma De Sanctis – ma i governi hanno reagito in modo diverso, in alcuni casi imponendo limiti anche su operazioni domestiche». Una prudenza che in certi casi può risultare utile: «A volte gestire il cambiamento aiuta ad assorbirlo meglio. La sfida è trovare l’equilibrio tra maggiore integrazione bancaria europea e tutela di tutti gli stakeholder».
Un punto centrale, però, resta ancora lontano: «La visione auspicata da Draghi – di un’Europa dove le fusioni transfrontaliere sono la norma – non è ancora realtà». In definitiva, l’intensificarsi delle operazioni potrebbe generare valore solo se gestito con strategia e visione. «Uno scenario eccessivamente opaco può drenare energie preziose, frenare investimenti trasformativi e ritardare decisioni strategiche – conclude De Sanctis –. È quindi nell’interesse del mercato che si faccia rapidamente chiarezza su queste operazioni. Solo così si potrà costruire una nuova fase di crescita, più ambiziosa, competitiva e tecnologicamente avanzata».
Il ritorno del m&a bancario in Europa è un segnale forte. Ma secondo Oliver Wyman – e secondo chi opera ogni giorno nel settore – la fase più intensa del consolidamento deve ancora arrivare. I fondamentali sono favorevoli, i capitali ci sono, le motivazioni strategiche sono solide. Per le banche, il vero test comincia ora. (riproduzione riservata)