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Giovanni Ferrero
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Da Barilla e Ferrero a Marcegaglia a Esselunga, ecco chi sono le 10 big italiane non quotate e perché ignorano Piazza Affari

di Fabio Pavesi
01 novembre 2025, 08:00 Ultimo aggiornamento: 02 novembre 2025, 21:14

Sono giganti del Made in Italy con un giro d’affari complessivo di 67 miliardi di euro e in costante crescita, ovviamente a guida familiare. Generano utili e così riescono a finanziarsi anche senza il mercato

Sono grandi, crescono anno su anno, operano sui mercati globali, fanno utili e in genere sono in grado di autofinanziarsi. Non solo: le grandi imprese familiari italiane, che si tramandano di generazione in generazione, oltre a essere marchi noti rappresentano un pezzo essenziale dell’economia italiana, il cui tessuto è composto per lo più da piccole e medie imprese. E di grandi aziende familiari il Paese ha sempre più bisogno, in un contesto di mercati globali dove le dimensioni fanno la differenza.

Ma qui l’Italia non sfigura: secondo l’ultima ricerca Global 500 family index di EY, i giganti del Made in Italy, poco più di una ventina, sono al quarto posto nel mondo e al terzo in Europa con un valore aggregato di fatturato di 179 miliardi di dollari: un plotone di imprese che non sono quotate perché non ne hanno mai avuto bisogno. Lo sviluppo dei ricavi e della redditività nel corso del tempo è stata tale che non hanno bisogno di risorse finanziarie esterne per crescere. Sono in grado in genere di autofinanziarsi, sono ben patrimonializzate e la governance resta strettamente nelle mani della famiglia.

Come vedremo, però, pur non avendo bisogno del mercato finanziario, la cessione di quote di minoranza e lo sbarco in Borsa potrebbe non solo valorizzare molto di più le aziende ma anche permettere un confronto alla pari, sui multipli di mercato, con i grandi competitor internazionali quotati.

Ferrero: cuore ad Alba, testa in Lussemburgo

Da anni ormai la prima della classe in termini assoluti è Ferrero, la società che ha creato la Nutella, prodotto iconico che vanta numerosi tentativi falliti di imitazione. Un brand la cui ricetta è segretamente custodita, come nel caso della Coca Cola. Sul podio da anni, il gruppo di Alba, nel cuneese, è strettamente nelle mani della famiglia da generazioni. Alla guida c’è Giovanni Ferrero, l’uomo più ricco d’Italia con patrimonio personale stimato da Forbes sopra i 40 miliardi di dollari, primo tra i miliardari italiani, sesto in Europa e 36esimo nel mondo.

Il colosso dolciario italiano opera in 50 Paesi nel mondo con 37 impianti produttivi e vende la sua Nutella e i suoi Kinder, i Ferrero Rocher e le altre golosità in 170 Paesi. È un gigante che nel 2024 ha fatturato 18,4 miliardi, +9% in un anno, realizzando un utile operativo di 1,9 miliardi e profitti netti per 1,2 miliardi, molto più dei 750 milioni dell’anno prima. Il gruppo vanta un patrimonio netto di 4,5 miliardi, ha cassa liquida per oltre mezzo miliardo e anche nel 2024 ha effettuato investimenti per oltre 950 milioni. Con questo passo di marcia il traguardo dei 20 miliardi di fatturato dovrebbe essere raggiunto quest’anno.

Una multinazionale con il cuore in Italia e mercati e impianti in tutto il mondo; ma la testa sta in Lussemburgo, con la Ferrero International Sa controllata sua volta dalla famiglia attraverso la scatola finanziaria Scenkenberg, ricca di un patrimonio netto salito a 6,1 miliardi. Sopra la Scenkenberg ci sono le holding personali, sempre di diritto lussemburghese di Giovanni Ferrero, Bermic e Gmbf, di recente fuse, e la M2j che rappresenta gli eredi del fratello Pietro, scomparso anni fa. La holding personale del ceo del gruppo possiede un’altra scatola finanziaria, la Cth Invest, cui confluiscono le acquisizioni recenti soprattutto in terra americana. L’ultimo shopping è stata la WK Kellogg per 3,1 miliardi di dollari, con Ferrero che si è così comprato il business dei cereali da colazione di Kellogg in Nord America.

Ferrero è una formidabile macchina da soldi che non ha bisogno né di soci, né di credito per crescere, data la forte produzione di cassa che è in grado di sfornare. Ma quanto potrebbe valere il gigante piemontese, se fosse quotato? I grandi colossi dell’alimentare globale vengono valorizzati dalla Borsa in questo momento oltre 2 volte i ricavi. Ferrero potrebbe così strappare una valutazione di oltre 40 miliardi sul mercato di Borsa: puro esercizio di stile, comunque, dato che la possibilità di un futuro sul listino appare assai remota. Di fatto, tolti i grandi colossi dell’energia Eni ed Enel, le banche come Intesa Sanpaolo e Unicredit, Generali e Ferrari, il gruppo di Alba sarebbe la più grande azienda manifatturiera quotata in Italia.

Esselunga sul podio

Dietro Ferrero,che è l’azienda familiare con il più alto fatturato, c’è Esselunga, guidata oggi da Marina Caprotti, dopo il divorzio anche polemico con gli altri due figli dello scomparso fondatore, il vulcanico Bernardo Caprotti. Il colosso dei supermercati ha fatturato 9,2 miliardi l’anno scorso. Una crescita che ha rallentato rispetto al passo di marcia abituale che vede incrementare il fatturato di pochi percentuali all’anno. Il 2024 è stato un anno di non grandi soddisfazioni, con l’utile netto sceso a 55 milioni dai 118 milioni del 2023. Anche i margini si sono contratti: quello operativo lordo è sceso al 6% dei ricavi a 571 milioni e quello operativo all’1,7%: una frenata che in realtà dura dal 2022 e che ha appannato la storica grande marcia del gruppo della gdo abituato a produrre utili netti sempre abbondantemente sopra i 200 milioni annui in tutto il periodo dal 2014 al 2021.

Oggi pesa anche la leva finanziaria con i debiti finanziari saliti a oltre 2 miliardi e che pesano per 70 milioni di spesa annua di interessi. La forza patrimoniale però resta intatta, con 1,9 miliardi di capitale a pareggiare i debiti finanziari. Il mercato della gdo si fa difficile man mano che il tempo passa. L’assalto dei marchi discount e la crisi dei consumi degli italiani restringono la torta. Esselunga sta cercando di recuperare volumi con campagne di ribasso dei prezzi. Con il rischio però di impattare sulla marginalità.

L’acciaio dei Marcegaglia

Mercato difficile quello dell’acciaio in questi ultimi anni anche per Marcegaglia, al terzo posto del podio e prima azienda siderurgica italiana, guidata dai fratelli Antonio ed Emma. Il fatturato, che era di 8,1 miliardi nel 2023, è sceso l’anno scorso a quota 7,1 miliardi. In calo anche i margini operativi lordi, scesi a 469 milioni in calo dai 649 milioni del 2023. Anche l’utile ha subito un calo del 50% a quota 107 milioni. Il gruppo di Gazoldo degli Ippoliti, nel mantovano, conta impianti in tutto il mondo con 7.500 dipendenti di cui 3.900 negli impianti italiani.

Pur lavorando nel business più ricco, quello degli acciai speciali, al pari del mercato Marcegaglia ha sofferto del calo dei consumi di acciaio che dura ormai da 3 anni consecutivi: -7% a livello globale. Anche i prezzi sono in calo. Del resto l’acciaio è un business estremamente ciclico e soffre enormemente i rialzi dei prezzi energetici e delle materie prime. Ed è un comparto ad alta intensità di capitale. Il gruppo è ben capitalizzato con 2,4 miliardi di patrimonio netto ha cassa per 853 milioni e debiti finanziari per 950.

Cremonini in gran salute

L’alimentare la fa da padrone tra le grandi imprese italiane. Al quarto posto per ricavi c’è un altro grande gruppo familiare specializzato nella lavorazione delle carni, Cremonini, gruppo con 5,4 miliardi di fatturato consolidato nel 2023 secondo l’ultima rilevazione dell’Area studi di Mediobanca sulle principali società italiane. Nel 2024 ha visto salire il fatturato ulteriormente passando a 5,88 miliardi. La multinazionale emiliana è attiva in tre settori: la produzione con Inalca; la distribuzione con la Marr e la ristorazione (autostradale ma non solo) con il marchio Chef Express.

Guidata dal capostipite Luigi Cremonini, presidente, e dal figlio Vincenzo amministratore delegato, vanta una crescita molto forte: nel 2020 i ricavi erano di 3,4 miliardi, poco più della metà di oggi. Più che raddoppiata la marginalità operativa lorda, che nel 2024 è salita a 516 milioni, con l’utile netto triplicato in quattro anni a 70 milioni. Il gruppo si era indebitato cinque anni fa per crescere e nel 2020 aveva debiti finanziari a 4,8 volte il margine operativo lordo. Ora grazie alla generazione di cassa quel rapporto sta scendendo a valori più sostenibili a poco più di 3 volte il margine.

Restava a fine del 2024 un indebitamento finanziario netto di 1,67 miliardi. Il patrimonio netto del gruppo a fronteggiare la leva finanziaria è di 960 milioni. Ovvio che un’ulteriore discesa del debito è nei piani del gruppo.

Di nuovo alimentare con Barilla

Al quinto posto del podio ecco che si torna nel regno vasto dell’alimentare con Barilla, altro marchio stranoto anche all’estero e diventato emblema con il successo della pubblicità del Mulino Bianco. L’azienda della famiglia parmigiana nel 2024 ha fatturato 4,88 miliardi con un utile operativo di quasi 300 milioni e utili netti per 142 milioni.

A livello di margine industriale produce oltre 530 milioni, che equivalgono a un peso dell’11% sui ricavi: in un mercato dove contano più i volumi che i prezzi unitari, assai bassi, avere una marginalità di quel tipo non è comune. Tanto per dare un’idea, Barilla a livello globale produce e vende 2 milioni di tonnellate dei suoi prodotti, ovviamente a partire dalla pasta.

La liquidità non manca e vale 455 milioni nel bilancio dello scorso anno e alla famiglia sono arrivati dividendi l’anno scorso per 85 milioni. Come per gli altri giganti di famiglia la patrimonializzazione, figlia dei profitti prodotti nel tempo è solida con capitale proprio per 1,9 miliardi.Anche in questo caso un eventuale sbarco sul listino valorizzerebbe l’azienda almeno 10 miliardi di euro, dato che gruppi analoghi quotati vengono scambiati a oltre 2 volte il fatturato.

Gli altri in top 10

A chiudere la classifica altre cinque grandi aziende: Menarini, De Agostini, Mapei della famiglia Squinzi, e Veronesi, la holding che controlla un marchio come Calzedonia. C’è poi un nome meno noto al grande pubblico come Chimet (acronimo di Chimica metallurgica toscana), gruppo da oltre 4 miliardi di ricavi che opera nel recupero di metalli preziosi e che non a caso ha sede nel distretto dell’oro di Arezzo. Fondata nel 1974 da Sergio Squarcialupi e Vasco Morandi insieme con le famiglie Gori e Zucchi, oggi è di proprietà della sola famiglia Squarcialupi. (riproduzione riservata)



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