I rimborsi cominceranno ad arrivare a partire dalla prossima settimana. E le cifre non sono da poco, se si pensa che Ford prevede di ottenere 1,3 miliardi di dollari di rimborsi e General Motors 500 milioni e che le cifre sono state discusse pubblicamente di recente assieme ci conti trimestrali.
I rimborsi si riferiscono solo ai dazi sulle importazioni percepiti dagli Usa fra inizio 2025 e febbraio scorso in base a una normativa d’emergenza (Ieepa) definita poi «illegale» in questi casi dalla Corte Suprema americana tre mesi fa, in quanto i rimborsi non riguardano tutti i dazi applicati dall’Amministrazione Trump. Il tutto potrebbe riguardare dazi già percepiti per 166 miliardi pagati da 330 mila importatori in oltre 53 milioni di operazioni. Da allora le richieste di rimborso sono state presentate a un portale dell’agenzia federale delle dogane Cbp e analizzate secondo un nuovo meccanismo definito Cape, che ha sveltito la prima fase di valutazione. Nel frattempo alcune banche offrono fino a 70 centesimi per dollaro per comprare i diritti di rimborso degli importatori che vogliono sveltire il processo o cederne parte per garantirsi liquidità in tempi più brevi.
Attorno ai rimborsi si è anche scatenata una battaglia di immagine di alcune big corporate americane. Nel settore dei trasporti Federal Express ha fatto sapere che renderà ai clienti i rimborsi ottenuti in quanto sono loro ad averli pagati. Lo stesso intendono fare Dhl e la Ups nello stesso settore.
Quanto a Apple, il ceo uscente Tim Cook ha fatto sapere che intende investire i rimborsi «negli Usa in innovazione e nel settore manifatturiero», in linea con le intenzioni di Amazon.
Trump - sconfitto dal voto della Corte Suprema ma pronto a un ricorso - ha detto che «si ricorderà» di chi non chiederà i rimborsi e che evitare ogni richiesta è una «brillante idea».
Nella grande distribuzione Costco ha detto che ridurrà i prezzi di alcuni prodotti appena otterrà i rimborsi, mentre Wal-Mart non ha precisato la sua posizione. Pandora (gioelleria) e l’olandese Phillips hanno solo reso noto di aver chiesto i rimborsi. All’orizzonte però ci sono possibili azioni degli azionisti delle società quotate e anche dei consumatori in merito all’uso dei rimborsi, come dimostrano le denunce di clienti della Nintendo perché la società non è intenzionata a restituire loro alcunché.
L’agenzia delle dogane americana ha ricevuto in meno di un mese 75 mila domande di rimborso e ne ha approvate 47 mila. Frank J. Desiderio, partner dello studio legale GDLSK a New York, sottolinea che il processo dei rimborsi durerà per qualche tempo «e va considerato come un meccanismo a più fasi che richiede tempo, ma non lascerà fuori nessuno degli aventi diritto», compresi i piccoli produttori quindi. Lo conferma Jeanette R. Gioia, presidente di Serra International e dell’associazione di broker doganali FF&B, secondo cui per alcune piccole aziende «i rimborsi prenderanno più tempo, ma c’è tempo per correggere anche le domande inizialmente respinte», segnalando che molti esportatori, anche europei e italiani, «hanno scelto di appoggiarsi ai loro broker per la domanda di rimborso».
Le richieste possono essere presentate solo dall’importatore ufficiale americano o dall’agente di dogana che ha gestito il passaggio delle merci. Gli operatori di settore spiegano che molte domande sono state respinte per incompletezza dei dati di registrazione e dunque potrebbero venir approvate in una seconda fase. A questo si aggiunge che molti esportatori, anche italiani, che non hanno una presenza legale negli Usa o una sussidiaria, si devono appoggiare ai broker doganali americani per le richieste di rimborso, che vengono poi saldate tramite un deposito in una banca americana. (riproduzione riservata)