Nissan è ancora in rosso. Il colosso automobilistico giapponese stima una perdita di circa 200 miliardi di yen (pari a 1,38 miliardi di dollari) per il primo trimestre dell’esercizio in corso, segnando un nuovo capitolo nella crisi profonda che sta attraversando. E a fronte di un titolo crollato del 36% nell’ultimo anno e di dividendi sospesi, gli azionisti si sono presentati agguerriti all’assemblea annuale tenutasi martedì 24 a Yokohama.
Per Ivan Espinosa, al timone dal mese di aprile in sostituzione di Makoto Uchida, si è trattato del primo confronto con gli investitori. Il nuovo ceo ha delineato una strategia drastica per invertire la rotta: chiusura di sette impianti produttivi e taglio di 20 mila posti di lavoro, pari a circa il 15% della forza lavoro globale di Nissan.
Non sono mancate critiche dure da parte degli azionisti. Uno di loro ha accusato il board di «scaricare la responsabilità sui lavoratori in prima linea», chiedendo a gran voce un rinnovamento del consiglio stesso per ristabilire fiducia interna. Le proteste si sono concentrate anche sulla sospensione dei dividendi, simbolo tangibile delle difficoltà che sta attraversando il gruppo.
Particolarmente acceso durante l’assemblea il dibattito sulla gestione delle partecipate quotate, in particolare Nissan Shatai, di cui Nissan detiene il 50%. Il fondo attivista giapponese Strategic Capital, azionista sia della casa madre che della controllata (3,5% del capitale), ha presentato una proposta per obbligare Nissan a esaminare ogni anno il rapporto con le sue controllate quotate e a rendere noti eventuali piani di intervento. La proposta è stata bocciata, ma il dettaglio del voto sarà reso noto solo in seguito.
La vicenda si inserisce nel più ampio contesto di pressione da parte della borsa di Tokyo e dei regolatori affinché si metta fine alle cosiddette «quotazioni parent-child», considerate penalizzanti per gli azionisti di minoranza e opache dal punto di vista della governance. Emblematico il caso Toyota, che questo mese ha annunciato un’operazione da 33 miliardi di dollari per ritirare dal listino la controllata Toyota Industries, specializzata in carrelli elevatori. Una mossa vista dagli analisti come una risposta diretta alle sollecitazioni degli investitori.
Al momento, Nissan non ha fornito indicazioni su una possibile inversione di tendenza per l’intero anno fiscale. Le stime rimangono sospese, segno di un’incertezza strutturale che nemmeno il cambio al vertice sembra ancora riuscire a dissipare. Con una perdita netta da 4,5 miliardi di dollari nell’ultimo esercizio e nessuna garanzia di ritorno all’utile, la sfida di Espinosa si annuncia complessa e il mercato rimane in attesa di segnali concreti di rilancio e ristrutturazione. (riproduzione riservata)