Non è il primo politico, o primo ministro, che può vantare in curriculum una lunga militanza in Goldman Sachs. Tanto meno il primo che abbia fatto il governatore della banca centrale del suo Paese. Mark Carney, però, è stato governatore sia in Canada (dove è nato) sia alla Bank of England, Paese in cui ha studiato e dove ha vissuto a lungo.
Lo ha fatto gestendo da Ottawa la crisi del 2008 sui mercati e da Londra quella della Brexit nel 2016. Carney si è imposto alle elezioni canadesi nei giorni scorsi, le prime affrontate da candidato premier, alla guida dei Liberals canadesi, colmando e superando in poco tempo quel divario del 23% che nei sondaggi lo dava in ritardo rispetto al candidato dei conservatori, gap che sembrava pressoché incolmabile.
Carney, che ha 60 anni ed è stato più volte premiato come governatore, ha sovvertito le previsioni della vigilia grazie a Donald Trump, perché la maggioranza dei canadesi - per quanto a livello parlamentare non abbia ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi e ora sia pertanto costretto a coalizzarsi con altri partiti per governare - ha deciso di affidarsi a lui per difendere la sovranità e l’indipendenza del Paese dalle mire del presidente americano.
È stato proprio Carney a interpretare meglio dei suoi antagonisti il «no» netto dei canadesi a diventare il «51esimo stato degli Usa», come vorrebbe Trump, e si è pertanto trasformato nel volto di un nuovo patriottismo del Paese. I conservatori canadesi, in altre parole, sono apparsi su posizioni troppo simili a quelle dell’inquilino della Casa Bianca. E fra Toronto, Montreal e Vancouver hanno preferito chi come Carney ha dichiarato senza mezzi termini che «il presidente Trump sta cercando di dividerci in modo che l’America possa controllarci. Ma questo non avverrà mai».
Quello che attende ora Carney, però, è un ruolo molto delicato: difendere la sovranità del Canada e soprattutto l’economia nazionale, e gestire il delicato rapporto con Donald Trump al di là del confine. Il tutto fra due Paesi con un interscambio commerciale che ammonta a quasi mille miliardi di dollari all’anno e che costituiscono il primo partner commerciale l’uno dell’altro.
Ecco perché Carney volerà a Washington nei prossimi giorni e dovrà negoziare i futuri rapporti commerciali fra i due Paesi. A livello domestico i liberali puntano un forte stimolo fiscale - pari a 2,5% del Pil canadese, calato dello 0,2% in febbraio - per stimolare l’economia ed evitare di finire in recessione.
La conseguenza sarà ovviamente una forte crescita del disavanzo pubblico. Fra le promesse elettorali ci sono quella di finanziamenti pubblici per 25 miliardi di dollari canadesi per l’edilizia residenziale, attraverso la costruzione (in tempi brevi) di case prefabbricate per risolvere una crisi edilizia che si è fatta negli ultimi mesi particolarmente opprimente. Inoltre, due miliardi di dollari canadesi verrebbero destinati al settore dell’auto, comparto che inevitabilmente sta già risentendo della crisi innescata dai dazi Usa, in particolare per quanto riguarda la componentistica.
Carney, che ha ottenuto un dottorato a Oxford ed è sposato con un’economista inglese che ha conosciuto nel corso degli studi, ha cominciato il suo percorso professionale in Goldman Sachs lavorando da Tokyo per poi trasferirsi a Londra, New York e tornare infine in Canada nel 2000.
Ora ha segregato all’interno di un blind trust tutti i suoi asset personali e non avrà pertanto alcun ruolo nelle scelte d’investimento sui suoi risparmi. Il primo ministro canadese, che ha 4 figlie e parla un francese ancora modesto nonostante guidi un Paese bilingue, non è un trascinatore di folle in senso stretto, ma è sicuramente più un economista che può fare affidamento su una fitta rete di contatti internazionali e su una grossa esperienza internazionale.
Il «suo» Canada dovrà affrontare una crisi economica che vede forti livelli di debito delle famiglie e una produttività stagnante. La sfida con Trump è significativa, ma Carney dovrà spingere sul «Made in Canada» e andare a cercarsi nuovi mercati per i prodotti canadesi e anche per l’export energetico del Paese. (riproduzione riservata)