I fondi di garanzia dei depositi (Dgs) potranno intervenire nelle crisi bancarie evitando che le perdite di un fallimento siano pagate anche dai depositanti non protetti (quelli oltre i 100 mila euro). L’accordo politico su questo sistema, chiamato Btg (Bridge The Gap), è stato raggiunto da Parlamento e Consiglio Ue nell’ambito del pacchetto legislativo noto come Cmdi (Crisis Management Deposit Insurance).
Il Btg renderà meno pericoloso il bail-in, ovvero la procedura che richiede una svalutazione dell’8% del passivo di una banca prima di poter accedere alle risorse del Single Resolution Fund (Srf) per colmare le perdite.
Le piccole e medie banche in particolare, a causa del minore accesso ai mercati e delle limitate emissioni di titoli svalutabili per il bail-in (Mrel), rischiavano di dover ricorrere ai depositi non protetti per arrivare alla svalutazione dell’8% del passivo.
Invece grazie al Btg gli istituti di credito con meno di 80 miliardi di euro di attivo potranno raggiungere la soglia dell’8% anche con i fondi nazionali di tutela dei depositi (come l’italiano Fitd). Le banche grandi continueranno invece a utilizzare i titoli Mrel.
Il ricorso al Btg è considerato una soluzione di ultima istanza. L’accesso allo strumento è comunque diventato meno difficile grazie all’allentamento di alcune soglie quantitative. Il testo è così andato nella direzione auspicata dall’Italia, mentre ha lasciato dubbi in Germania.
Berlino ha l’obiettivo di ridurre il più possibile l’accesso ai fondi europei del Srf e di limitare l’utilizzo di risorse comuni per il salvataggio di banche di altri Paesi.
Perciò la Germania, che pure ha ottenuto un trattamento di favore per gli Ips (Institutional Protection Schemes) domestici, potrebbe opporsi quando il Consiglio Ue andrà al voto finale sul pacchetto Cmdi.
Un altro punto ottenuto dall’Italia è stato l’ok all’uso dei fondi di tutela dei depositi nelle procedure alternative e preventive al di fuori delle risoluzioni. L’Ue ha adottato (con anni di ritardo) la linea difesa dall’Italia nella vicenda Tercas.
Nel 2015 la Commissione Ue si è opposta all’uso del Fitd per la Cassa di Teramo (e per le quattro banche poi finite in risoluzione), ma la decisione di Bruxelles è stata poi bocciata dalla Corte di Giustizia Ue. Ora i fondi di garanzia dei depositi sono tornati al centro dei meccanismi di gestione delle crisi bancarie.
Per facilitare l’uso dei Dgs è diventato meno stringente il requisito del test del minor onere, mentre è rimasta la preferenza per i depositi protetti (e poi per quelli non protetti di famiglie e pmi) nella gerarchia in caso di dissesto.
Le procedure di risoluzione (che includono il bail-in) sono state allargate a un maggior numero di istituti di credito poiché il «pubblico interesse» sarà valido anche per le banche di rilievo regionale. Ma l’estensione è inferiore rispetto a quella ipotizzata nelle prime proposte Ue: la liquidazione (e quindi non la risoluzione) rimarrà l’opzione base per la gestione delle banche di dimensioni medio-piccole.
Le procedure di risoluzione saranno gestite dal comitato esecutivo del Single Resolution Board, non dal consiglio dell’organismo che include anche i rappresentanti delle autorità nazionali.
Nel testo finale non ci sono riferimenti a una «financial stability exemption», cioè a una clausola di emergenza con possibilità di sostegni pubblici come quelli visti nel 2023 negli Stati Uniti e in Svizzera. La misura era stata suggerita da Bce e Fmi, ma di fatto non è mai entrata nelle proposte Ue.
La Commissione di Bruxelles ha accolto con favore l’accordo politico tra Parlamento e Consiglio che ora dovranno adottare in modo formale la normativa sulla gestione delle crisi bancarie. (riproduzione riservata)