Le stablecoins sono le criptovalute per chi non ama le montagne russe. Invece di salire e scendere come bitcoin, provano a restare ferme: un gettone digitale che vale uno perché dietro ci sono delle riserve a copertura (di solito dollari o titoli in dollari). «Sono il ponte tra la finanza tradizionale e quella digitale», spiega Luciano Serra, country manager Italia di Borsa di Stoccarda digital, «e nascono per rendere più veloci, trasparenti e accessibili le transazioni».
Negli Stati Uniti piacciono parecchio: il presidente Donald Trump ha fatto approvare il Genius Act per spalancare le porte al mercato e, insieme, dare regole e patenti agli emittenti. In Europa, invece, si va coi piedi di piombo: c’è il regolamento Mica a fare da cornice e le autorità di controllo nazionali, Consob in primis, mettono in guardia dai rischi finanziari di queste monete private.
Prima questione: come funzionano davvero? Ci sono stablecoins garantite da attività e quelle algoritmiche. Le prime sono emesse da società che, in teoria, accantonano un dollaro per ogni gettone virtuale creato; le seconde cercano la stabilità con formule automatiche che allargano o restringono l’offerta.
L’ economista Michele Boldrin, Washington University di St. Louis, è drastico: «Quelle supportate da asset reali (dollari, euro, yen) potrebbero avere una loro funzione. Quelle algoritmiche, sono oggetti molto pericolosi». E il crollo di TerraUSD, la moneta virtuale implosa lo scorso maggio, è lì a ricordarlo.
Perché piacciono? Perché risolvono il grande imbarazzo delle crypto classiche: pagare il caffè con una moneta che può perdere il 10% tra cassa e tavolino non è pratico. Le stablecoins, se reggono l’ancoraggio, sono utili per spostare denaro tra piattaforme, fare bonifici internazionali spendendo poco, iniziare a regolare qualche pagamento.

Dove sta allora il problema? Nella fiducia. Con l’euro non ci chiediamo ogni volta se valga davvero: dietro c’è la Bce. Con una stablecoins bisogna fidarsi di un’azienda privata che promette di avere riserve solide, ben investite e facilmente liquidabili.
Se la promessa non è rispettata, il rischio è di vedere, come ha segnalato pochi giorni fa la Fed, corse al rimborso e vendite forzate degli attivi.
Qui il Genius Act americano prova a mettere dei paletti; e, guarda caso, chiede che le riserve stiano in cose molto sicure. Indovinate quali? I treasury. Così il governo americano trova nuovi compratori di debito: una monetizzazione gentile, senza passare ogni volta dalla banca centrale.
Nel Vecchio Continente, se si aprisse la stessa porta, partirebbe l’eterno dibattito su quale Paese verrebbe favorito dagli acquisti: «I titoli europei, anche quelli di Stato, non hanno tutti lo stesso rischio. Mica (la legislazione europea in materia) prescrive che gli e-money tokens detengano depositi bancari e titoli liquidi e di alta qualità, ma non indica quali debbano essere gli emittenti di questi depositi e di questi titoli, e di quale nazionalità», nota Ignazio Angeloni, economista e già membro del consiglio di Vigilanza della Bce.
Inoltre, mentre negli Stati Uniti gli emittenti possono riconoscere ai detentori di stablecoin una quota dei rendimenti generati dai titoli sottostanti, in Europa l’articolo 40 del Mica vieta agli emittenti di token collegati ad attività di offrire interessi sui token stessi. Una misura pensata per evitare che questi strumenti vengano utilizzati come forme di risparmio o investimento di lungo periodo.
C’è anche un tema macro che fa sudare freddo i banchieri centrali. Le stablecoins, se crescono, diventano un concorrente nella gestione della liquidità. La banca centrale prova a tirare il freno alzando i tassi? Un grande emittente privato potrebbe allentarlo creando nuovi token e comprando attivi. «La nascita e diffusione di stablecoins genera un concorrente diretto alle banche centrali, minando il monopolio sull’emissione», dice Boldrin. Non è l’apocalisse domattina, ma «può diventare una complicazione vera per la trasmissione della politica monetaria». Più attori giocano con il rubinetto, più il flusso fa di testa sua.
E per banche, circuiti e risparmiatori? Le banche tradizionali dovranno decidere se cavalcare l’onda o farsi superare da nuovi emittenti. Negli Usa sta avendo successo Paypal e si parla di possibili monete emesse da Amazon e Walmart.
Per il cliente finale, la regola aurea è tenere distinti pagamenti e investimenti. Una stablecoins ben fatta può essere un portafoglio elettronico: pratico, veloce, possibilmente economico. Se invece l’emittente inizia a promettere di digitalizzare il risparmio per dare dei rendimenti, bisogna chiedersi in cosa siano investite le riserve: potrebbero essere titoli di Stato ma anche altro.
E in queste monete virtuali creative qualcuno intravede lo spettro dei subprime. All’inizio non c’era nulla di male nel vendere mutui, ma quando si mischiarono le carte creando prodotti complessi al punto da far perdere le tracce di quello che li sosteneva, cioè crediti deteriorati, il risultato fu la crisi finanziaria del 2008.
Cosa serve per dormire tranquilli (o quasi)? Riserve trasparenti, di alta qualità e molto liquide, separate dagli altri soldi dell’emittente; verifiche indipendenti e frequenti; regole chiare su come si rimborsa in fretta in caso di stress del sistema. In parallelo, una vigilanza messa in condizioni di agire quando serve e con poteri adeguati perché, come spiega Angeloni: «solo sulle banche esiste una vigilanza europea, quella della Bce. Per la normativa sulle monete virtuali il controllo resta in mano alle autorità nazionali». (riproduzione riservata)