Fondi attivi o passivi, azioni value o growth, Stati Uniti o mercati emergenti. Gli interrogativi che un investitore si trova ad affrontare nel momento in cui decide di mettere in pratica le proprie conoscenze sono molteplici, specie in periodi come l’attuale, dove l’incertezza è assai elevata. Partendo dal presupposto che non esiste una risposta in termini assoluti, e che sui mercati finanziari solo il tempo può stabilire chi ha ragione e chi torto, è importante capire e padroneggiare le giuste tecniche da implementare per essere il più efficienti possibili nella propria scelta.
Non è affatto una novità che negli ultimi mesi, per non dire anni, i flussi di denaro maggiori li abbia registrati il mercato americano, aziende ad alta capitalizzazione in primis. Secondo l’antica regola per la quale, seppur con una relazione indiretta, più liquidità investi in determinate azioni più ne aumenti la volatilità sul mercato, andando ad investire costantemente in aziende incentrate sulla tecnologia o sui media, le Big Tech, si è creata un’asimmetria evidente tra la performance dell’indice S&P 500 e la sua versione equal-weighted, dove ciascun titolo occupa lo stesso peso. Questo è un aspetto chiave da considerare, in quanto evidenzia la forte dipendenza dell’indice complessivo ad un piccolo e ristretto gruppo di aziende.
Numeri alla mano, le dieci principali azioni nell'indice S&P 500 contano ora per circa il 30% del valore totale dell'indice, ed il quadro è ancora più estremo per l'indice Russell 1000 Growth, con quasi metà del valore totale dell'indice concentrato nei 10 maggiori costituenti. Il problema della troppa concentrazione sul mercato americano è evidente, e quest’ultima è aumentata ulteriormente dalla crisi finanziaria globale, fino a raggiungere negli ultimi anni livelli decisamente più acuti. Ciò in gran parte riguarda i titoli FAMAG (Facebook, Amazon, Apple, Microsoft e Google/Alphabet), che hanno visto un drastico aumento della loro capitalizzazione. La crescente concentrazione intorno a questi titoli apre a preoccupazioni sulla possibile vulnerabilità del più ampio mercato, e risulta uno dei motivi per cui gli investitori stanno cercando sempre di più rendimenti fuori dall'azionario statunitense.
È bene sottolineare, a rigore del vero, che sovraesporsi a queste azioni negli ultimi anni avrebbe come minimo decuplicato il proprio capitale investito, motivo per cui molti portfolio manager potrebbero ritenere che non valga la pena allontanarvisi, ed è anche giusto porre in evidenza che la concentrazione di per sé non rappresenta un problema troppo consistente, ma, come evidenziano gli analisti di T. Rowe Price, lo diventa quando è legata all'aumento del peso di un piccolo numero di aziende nell'indice solo per motivi di crescita dei multipli, e non come risultato di un effettivo miglioramento dei flussi di cassa o degli utili sottostanti.
Secondo gli analisti del gruppo, “nel tentativo di capire la sostenibilità delle attuali valutazioni, è importante considerare i vari fattori che guidano i multipli di mercato. I tassi di interesse hanno giocato un ruolo significativo per le attuali valutazioni di mercato. I bassi tassi della Fed hanno messo sotto pressione i multipli di mercato, un effetto che è stato sentito soprattutto dalle aziende con una crescita maggiore”. Ci sono altri elementi che possono impattare sui multipli, come la volatilità e la ciclicità degli utili, ma al momento per T. Rowe price risultano meno influenti.
“Guardando all'attuale livello dei multipli nei mercati azionari Usa, solo un paio di trimestri fa sembravano su livelli ragionevoli. Tuttavia, i movimenti più recenti sono stati spinti da un'ulteriore espansione dei multipli verso livelli che sembrano più preoccupanti. Ciò è meno evidente per l'S&P 500, ma lo è chiaramente per l'Indice Russell 1000 Growth, data la sua elevata esposizione alle aziende ad alta crescita. Sebbene ciò non implichi necessariamente un'inversione dei multipli nel breve periodo, riteniamo che gli attuali livelli siano insostenibili sul lungo termine”, evidenziano gli strategist del gruppo.
La soluzione a questo problema potrebbe essere rappresentata dalla ricerca del cosiddetto alpha di mercato, ovvero la misura dell'attitudine di un titolo a variare indipendentemente dall'indice di appartenenza, il cosiddetto rischio specifico. I titoli con un alpha positivo mostrano la capacità di generare autonomamente un rialzo, indipendentemente dal movimento del mercato, la cui correlazione col titolo in questione si misura tramite il beta. Più l’alpha di un titolo risulta elevato, più la misura dei suoi rendimenti dipenderà dal titolo stesso, e se questa componente viene associata ad un beta compreso tra 0 e 1, che implica che il titolo oscillerà meno che proporzionalmente rispetto all'indice di riferimento, ci si potrebbe assicurare un rendimento abbastanza indipendente dall’indice di appartenenza. (riproduzione riservata)