Mentre l’Europa corre ai ripari per far fronte ai forti deficit pubblici causati dal covid (Francia al 114%, Italia al 143%), la Svizzera è riuscita a mantenere il rapporto debito/pil sotto il 30%. Non solo: la Banca Nazionale Svizzera ha mantenuto sotto controllo la fiammata dei prezzi dovuti alla guerra in Ucraina, più di quanto abbia potuto fare la Bce nell’Eurozona, grazie alla leva dell’apprezzamento del franco. A dicembre 2023, la crescita dei prezzi su base annua si è attestata all’1,7%, secondo l’Ufficio federale di statistica, contro il 2,9% dell’area euro.
Malgrado un franco svizzero iper-valutato nei confronti dell’euro, nel Natale appena trascorso le località turistiche elvetiche hanno registrato il pieno dei pernottamenti e il 2023 si è chiuso come anno da record, secondo quanto dichiarato dal direttore dell’ente Svizzera Turismo, Martin Nydegger, con oltre 40 milioni di ospiti negli alberghi. Eppure il franco non è mai stato così costoso anche per le valute principali quali appunto l’euro e il dollaro. Un caffè in Svizzera oggi arriva a costare in media 4 franchi (4,30 euro) e nelle località del turismo invernali più note, come St. Moritz, Verbier o Crans-Montana è stato difficile trovare una sistemazione soddisfacente a notte sotto i 150 euro. Finiti ormai i tempi delle valigette di contanti da depositare nei forzieri delle sue banche, viene da chiedersi cosa renda ancora così finanziariamente attrattiva la Svizzera. La risposta è l’affidabilità che le deriva dalla stabilità politica ed economica, una tassazione favorevole alle imprese e ai facoltosi rentiers, una società multiculturale, la presenza delle multinazionali (chimico - farmaceutiche, metalmeccaniche, petrolifere - materie prime) che garantiscono la metà delle entrate fiscali della Confederazione e un terzo del prodotto interno lordo per quasi 2 milioni d’impiegati nel settore.
Inoltre, bisogna aggiungere quale motivo di stabilità la simbiosi tra potere politico ed economico. Tanto importante nel passato, quando l’Associazione svizzera dei banchieri dettava la linea di politica estera, quanto importante oggi, in cui le associazioni d’impresa hanno il loro peso sulle decisioni del parlamento, in un paese relativamente piccolo di 8,7 milioni di abitanti. Secondo la testata investigativa Lobbywatch.ch, l’attività di lobbying in Svizzera è tutt’altro che scomparsa: il 37% dei parlamentari riceve compensi da associazioni private o aziende. Il ruolo delle multinazionali in Svizzera è rilevante, perché garantisce entrate certe anche nei periodi di congiuntura economica sfavorevole. Solo nel 2021 le multinazionali hanno fornito alla Confederazione una base imponibile di 2500 miliardi di franchi, secondo il rapporto dell’Ufficio federale di statistica, “Statistique des groupes d’entreprise”.
Senza contare che, secondo l’Ubs Global Wealth Report, la Svizzera rimane al primo posto al mondo come ricchezza pro-capite e come concentrazione di residenti super-ricchi. A tutto questo si può senz’altro aggiungere il settore finanziario qualificato della gestione patrimoniale che attira gli stranieri facoltosi di tutto il mondo, seppur dimagrito dopo l’eliminazione del segreto bancario ed il fallimento del Credit Suisse, per attivi a fine 2022 pari a 7847 miliardi di franchi. Il contributo del settore bancario all’economia svizzera e al bilancio federale ammontava nel 2022 a un valore aggiunto di 67 miliardi di franchi. Oltre agli utili che la banca nazionale è tenuta a versare annualmente alla Confederazione al netto degli accantonamenti per le riserve monetarie.
Infine l’art. 126 della Costituzione federale, chiamato Freno all’indebitamento, inserito nel 2003 dopo gli alti deficit degli anni ‘90, (si fa per dire, il debito allora era comunque sotto al 50% del pil), che ha come obiettivo la protezione del bilancio federale e la stabilità finanziaria. Praticamente, un sistema a fisarmonica che nelle fasi di rallentamento dell’economia ammette deficit limitati mentre nei periodi di congiuntura favorevole impone un’eccedenza di finanziamento.
Due terzi del bilancio della Confederazione provengono dall’Imposta sul valore aggiunto e dall’Imposta federale diretta. Di quest’ultima, il 60% è versata dalle aziende e il 40% dalle persone fisiche. Segue per un 10% l’imposta preventiva che la Confederazione riscuote sugli interessi ed i dividendi dei correntisti oltre alla tassa di bollo sulle operazioni di borsa, alle tasse sul traffico merci su gomma, i dazi doganali, le imposte sui carburanti, sul tabacco e sul gioco. Le uscite vanno per un terzo alla Previdenza sociale (principalmente anzianità), e per un 15% ai Cantoni come rimborso d’imposta versata e per il pagamento degli interessi sul debito. Seguono i trasporti (14%), l’educazione e la ricerca (11%), la sicurezza (9%), l’agro-alimentare (5%) e le relazioni con l’estero (5%). In base al divario di produzione, ovvero la differenza tra il pil attuale e quello stimato per l’anno successivo, si determina il limite annuo delle uscite ordinarie.
La regola del Freno all’indebitamento vincola Consiglio federale e Assemblea federale. Tuttavia, in situazioni particolari, quali forti recessioni o catastrofi naturali sono ammesse uscite straordinarie. Che è appunto quanto accaduto nel periodo covid. Il debito pubblico svizzero in rapporto al pil è passato dal 25,6% del 2019 al 28,2% del 2020. Oggi è tornato al 26% grazie all’aumento nominale del prodotto interno lordo. In Svizzera, dove le misure di lockdown sono state meno stringenti che nei Paesi europei, non si è reso necessario il salvataggio delle aziende ma la Confederazione ha comunque concesso garanzie sui crediti delle banche, sospeso l’applicazione dell’Iva (che è al 8%) e sostenuto i settori direttamente colpiti per un ammontare di 40 miliardi di franchi. Ad oggi, a fronte delle spese straordinarie covid, con un debito netto di 142,5 miliardi, rimane un disavanzo di 23,5 miliardi di franchi che la Confederazione intende azzerare entro il 2035. Sperando di recuperare un saldo positivo di circa 2 miliardi di franchi all’anno secondo le direttive inserite nel preventivo economico approvato nel 2022.