L’interesse verso l’investimento nel mercato dei private markets ha accelerato l’intervento di operatori alternativi, a cui ha contribuito non poco la ormai lunga inerzia del public market. Al modello di grande successo e diffusione dei fondi chiusi, che nel primo semestre 2024 in Italia conta già 301 investimenti, si affiancano nuove formule, tra cui il Club Deal, segmento di mercato relativamente recente, con operatori nati prevalentemente dopo il 2018.
Una ricerca del Private Equity Lab di Sda Bocconi presentata l’1 luglio si è posta l’obiettivo di valutarne i meccanismi di funzionamento, le prospettive e la sostenibilità nel medio periodo. Il modello Club Deal risponde a tre esigenze, due provenienti dalla domanda e una dall’offerta: l’interesse dei patrimoni personali (Hnwi) per una gestione diretta dei propri investimenti, il proliferare di family office domestici con background nel settore industriale e la proposta di un modello che lascia libero l’investitore di impiegare capitali su un disegno strategico condiviso.
Tra le oltre 300 operazioni concluse, 194 sono primi investimenti e 133 sono i cosiddetti add-ons, distribuiti tra 18 operatori seriali (Club Deal Piattaforma) e 89 operatori occasionali (Club Deal Opportunistici), e clusterizzati sulla base del numero di transazioni concluse e della struttura operativa interna. In quanto frequent buyer, l’analisi ha riguardato i soli Club Deal Piattaforma con 14 rilevazioni (236 investimenti di cui 112 add-ons) su 18 operatori. Il mercato previlegia i leveraged buyouts (Lbo) di controllo (140 casi); residuali le operazioni di minoranza, mentre si conferma un punto di forza la strategia di crescita aggregativa. Ancora limitati i disinvestimenti, con oltre il 50% dei quali acquisiti da fondi.
In tema di governance prevalgono le piattaforme con un unico veicolo con investimenti dei promotori e di terzi nel veicolo creato ad hoc, la Spv, affiancate da strutture a più livelli (modello Club House con Holding capitalizzata che a sua volta investe nel Spv). I soci promotori investono tra il 5% e il 10% del capitale, la taglia dell’investimento complessivo si posiziona tra 10 a 30 milioni. Le piattaforme utilizzano meccanismi con commissioni assai differenti da caso a caso nelle modalità e negli importi. Il Club Deal conta in prevalenza 40-50 investitori (Family Office e Hnwi) con un tasso di ricorrenza assai elevato (60-80%), mentre scarsa è la presenza di investitori stranieri.
Nell’evento organizzato da Sda Bocconi sono emersi spunti e interrogativi di grande interesse. James Gerard (Hycroft Advisory) ha descritto il mercato nordamericano dei family office, caratterizzato da ottiche di lungo termine (oltre dieci anni) con investimenti geograficamente circoscritti close to home. Secondo Nino Dell’Arte di Astraco Capital un taglio imprenditoriale permette di analizzare il profilo rischio-rendimento in momenti di mercato che potrebbero non essere letti positivamente da investitori più istituzionali. Michele Fracassini (Bper Banca) ha richiamato il crescente know-how delle banche nella comprensione delle peculiarità dell’approccio, come nel caso di eventuali richiami di capitale. Franco Prestigiacomo (Xenon PE) e Lorenzo Stanca (Mindfull C.P.) hanno sollevato il problema di una sovrapposizione competitiva con i fondi, pur considerando che l’exit di una pmi nel caso del club deal possa essere funzionale a un secondo round da parte dei fondi stessi. Gianluca Ghersini di Gop e Pietro Zanoni di Advant-Nctm sono intervenuti su temi tecnici di strutturazione dei veicoli, mentre Leo De Rosa ha descritto i momenti fiscalmente rilevanti dal set up iniziale alle regole di coabitazione.
Stimolante l’intervento di Marco Piana (Vam Investments) che ha condiviso l’esistenza di una asimmetria nella normativa tra i due modelli, perfezionabile con adattamenti mirati, tipici dei mercati finanziari più evoluti. Marco Ruini (Abc Company) ha inquadrato le caratteristiche specifiche di un club deal quotato operante in un contesto di perfetta trasparenza, auspicando un sistema equilibrato tra operatori di private equity, public equity e club deal. I due modelli con le rispettive peculiarità, elementi di sovrapposizione ma anche di potenziale complementarietà (50% di exit da Club Deal a fondi), alimentano le opportunità di sviluppo delle imprese italiane nell’ambito del private market. (riproduzione riservata)
*direttore PE Lab & Finanza per la
Crescita e senior professor Sda Bocconi