L’assemblea del Cnel ha approvato all’unanimità il XXVII Rapporto sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva, elaborato dalla Commissione dell’informazione, con il contributo delle parti sociali e basato anche sull’Archivio nazionale dei contratti.
«L'edizione del Rapporto di quest’anno compie un ulteriore, decisivo, salto di qualità» ha dichiarato il presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, Renato Brunetta. «I dati confermano, innanzitutto, la buona tenuta del nostro sistema di relazioni industriali rispetto alle complesse sfide che il Paese attraversa. Una solidità fondata sulla produzione contrattuale delle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative». Sulle quasi 200 organizzazioni sindacali «che sottoscrivono gli oltre mille contratti depositati al Cnel, quelli sottoscritti da Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Confsal coprono infatti la quasi totalità dei rapporti di lavoro nel settore privato», ha concluso.
Nel settore privato la contrattazione collettiva raggiunge livelli prossimi alla totalità: secondo Rapporto del Cnel, il 99,7% dei lavoratori è coperto da contratti firmati da organizzazioni sindacali aderenti alle principali confederazioni. Anche senza una legge che ne estenda formalmente l’efficacia a tutti, il sistema garantisce una copertura pressoché universale. I 28 contratti nazionali più grandi, con oltre 100mila addetti ciascuno, coprono più dell’80% dei dipendenti, mentre altri 69 contratti di fascia intermedia arrivano a un ulteriore 17%. In totale, i 97 contratti sopra i 10mila lavoratori coprono il 97,2% della forza lavoro privata. «Il contratto collettivo nazionale di lavoro si conferma strumento ordinatore del mercato del lavoro italiano, frutto dell’azione delle associazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale», si legge nel report.
Da parte sua, il consigliere Cnel Michele Tiraboschi, presidente della Commissione dell’informazione ha rimarcato che «la conoscenza delle effettive dinamiche del mercato del lavoro e della contrattazione collettiva resta ancora oggi fortemente condizionata, nel nostro Paese dalla frammentazione delle fonti informative e dalla assenza di una cultura del monitoraggio come bene indica il caso della contrattazione di produttività che pure è destinataria di imponenti incentivi economici».
Nello specifico le stime indicano, per il periodo 2025-2029, un fabbisogno occupazionale compreso tra 3,279 e 3,721 milioni di unità. A pesare maggiormente è la componente di sostituzione, che rappresenta tra l’80 e il 90% della domanda complessiva. Il settore dei servizi assorbirà la quota principale, tra 2,423 e 2,740 milioni di lavoratori (73-74%), mentre l’industria contribuirà per circa il 17%. Sul piano delle competenze, oltre il 44-46% delle posizioni richiederà una formazione tecnico-professionale di secondo grado e il 37-39% un’istruzione terziaria, mentre la domanda di lavoratori con bassa scolarizzazione scenderà al 12-13%. Resta però il nodo del disallineamento tra competenze disponibili e richieste delle imprese, come evidenziano anche le analisi di Unioncamere. (riproduzione riservata)