Il cambiamento climatico non è più «la tragedia all’orizzonte», come ha detto in passato Mark Carney (ex presidente della BoE e attuale presidente del Canada), ma un pericolo vicino. L’Eurozona rischia in particolare di perdere il 5% del pil entro il 2030 in caso di eventi estremi, una flessione paragonabile a quella causata dalla grande crisi finanziaria del 2007-2008. È quanto emerge dagli ultimi scenari di breve termine del Ngfs (Network for Greening the Financial System), un gruppo che include le principali banche centrali globali ad eccezione della Fed, che è uscita dal network a inizio anno.
Su questo fronte la banca centrale americana ha sentito la pressione del presidente Donald Trump che invece non è riuscito finora a condizionare la politica monetaria Usa nonostante gli attacchi quasi quotidiani al presidente della Fed Jerome Powell.
Gli scenari del Ngfs sono usati da banche centrali, supervisori, economisti e società private per valutare i rischi climatici. La novità dell’ultima analisi riguarda l’orizzonte temporale considerato. Finora gli impatti sono stati stimati su lunghe scadenze (fino al 2050). L’ultimo lavoro si concentra invece sulle conseguenze fino al 2030, in un orizzonte di cinque anni che è più vicino a quello di istituti centrali e governi.
«I rischi legati al clima richiedono un’attenzione immediata», hanno osservato Sabine Mauderer (vicepresidente della Bundesbank) e l’economista Livio Stracca in un intervento pubblicato dalla Bce. Secondo dati della Commissione Ue, già oggi la siccità in Europa causa perdite per 9 miliardi di euro ogni anno, quasi il 5% del bilancio annuale Ue per il 2024, e si prevede che questi numeri saliranno nei prossimi anni.
Una recente ricerca della Bce ha rilevato in particolare che la mancanza di acqua rappresenta la minaccia naturale più significativa per l’attività economica nell’Eurozona, con un rischio che può raggiungere il 15% del prodotto interno lordo.
Nello scenario di stress test del Ngfs, chiamato «Disasters and Policy Stagnation», è valutato l’impatto di eventuali ondate di calore, siccità e incendi boschivi nel 2026, seguiti da alluvioni e tempeste nel 2027. Gli effetti combinati di queste calamità porterebbero a un calo del pil annuo dell’area dell’euro fino al 4,7% entro il 2030. L’inflazione aumenterebbe a causa dell’interruzione della produzione e dell’aumento del costo del credito per i settori vulnerabili.
Anche eventi climatici avversi in altre aree possono influenzare la produzione dell'area dell'euro con perdite fino all’1,8% del pil. Ma è anche possibile un lieve aumento del prodotto se saranno adottate politiche climatiche come l’investimento delle entrate derivanti dalla carbon tax nelle tecnologie verdi (un’ipotesi considerata in un altro scenario del Ngfs). Per Mauderer e Stracca i risultati dell’analisi Ngfs «sottolineano la necessità di valutazioni complete e solide del rischio climatico a fronte dell’intensificarsi degli eventi climatici». (riproduzione riservata)