Martedì 6 maggio i mercati cinesi tornano agli scambi dopo la chiusura per le festività dedicate al lavoro, mentre il Giappone resta chiuso. Alle ore 7:40 italiane, l’Hang Seng sale dello 0,85% e Shanghai dell’1,1% circa, mentre i futures sul Nasdaq viaggiano in calo (-0,5%). I dati macro sulla Cina sono grigi, ma resta viva la speranza di un accordo fra Pechino e Washington sul tema dei dazi, anche se nelle scorse ore Donald Trump ha detto che per ora non intende incontrare il presidente Xi Jinping. Intanto gli esportatori cinesi si stanno ingegnando per dribblare le tariffe al 145% imposti dagli Stati Uniti.
L’indice Caixin pmi servizi in Cina è sceso a 50,7 nel mese di aprile 2025 (tutti i dati sopra 50 indicano espansione), rispetto a 51,9 di marzo, segnando il livello più basso dallo scorso settembre. La crescita dei nuovi ordini ha toccato il punto minimo da 28 mesi in seguito all’introduzione delle nuove e più alte tariffe statunitensi. Anche la fiducia delle imprese è calata, registrando il secondo valore più basso di sempre.
Il rallentamento riflette la crescente pressione sia sulla domanda interna che sull’ambiente commerciale globale in un momento in cui Pechino punta a sostenere l’economia attraverso il sostegno statale alla crescita dei consumi.
Sempre più esportatori cinesi stanno offrendo ai clienti statunitensi la modalità di spedizione DDP (Delivery Duties Paid), che consente di sottovalutare i beni o alterarne la descrizione per ridurre l’impatto delle tariffe imposte dagli Stati Uniti, secondo quanto riporta l’FT.
Ryan Petersen, ceo della piattaforma logistica Flexport, spiega infatti che «registriamo un numero crescente di casi in cui i fornitori cinesi si offrono di pagare i dazi per conto delle aziende statunitensi, vendendo i beni a prezzi inferiori a quanto previsto dalla normativa».
Questo espediente mette in difficoltà le imprese statunitensi che rispettano la legge, riducendo la competitività e compromettendo uno degli obiettivi delle tariffe: incentivare il rientro della produzione negli Usa.
Molti esportatori si registrano come importatori esteri ufficiali (foreign importers of record), una prassi ammessa negli Stati Uniti anche per società senza presenza fisica nel Paese. Tuttavia, questa modalità rende difficile il recupero dei dazi evasi e limita le possibilità di intentar causa da parte delle autorità doganali americane. Un rapporto del think tank Heritage Foundation (Project 2025) propone in tal senso di richiedere depositi cauzionali maggiorati agli importatori esteri oppure obbligarli a registrare i beni negli Stati Uniti a garanzia del pagamento dei dazi. «Il mio e-commerce non può sopravvivere se i miei concorrenti non pagano le tariffe», il commento di Aaron Rubin, imprenditore del settore logistica e arti marziali.
Il rallentamento dei servizi e le pratiche di elusione sono l’effetto delle tensioni crescenti fra Usa e Cina e della vulnerabilità nel controllo commerciale degli Stati Uniti. Mentre la domanda interna cinese fatica a sostenere la crescita, le autorità statunitensi potrebbero ora irrigidire ulteriormente i controlli alla dogana. (riproduzione riservata)