All’indomani dell’attacco degli Usa contro i siti nucleari iraniani, le borse in Asia reagiscono con cautela, mentre il petrolio continua a salire. Alle ore 7:30 italiane, il Nikkei cede lo 0,2%, Hong Kong e Shanghai sono positive attorno allo 0,2%, mentre il greggio Wti americano guadagna l’1,2% a 74,65 dollari il barile.
I mercati comprano dollari per difendere il portafoglio, l’euro cede lo 0,2% a 1,15, lo yen perde lo 0,7% a 147,10. Il T bond Usa decennale rende il 4,39%, con i futures sul Nasdaq in leggera flessione.
I mercati azionari cinesi, pur positivi, hanno toccato i minimi da diverse settimane a causa dell’indebolimento del sentiment degli investitori dopo i raid aerei statunitensi contro tre siti nucleari iraniani nel fine settimana. L’operazione ha segnato un'escalation significativa, con gli Stati Uniti che ora si allineano a Israele nel conflitto in corso con l’Iran, alimentando timori di possibili ritorsioni da parte di Teheran.
Sul fronte interno, gli investitori osservano con attenzione la prossima riunione del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, dove si discuterà di nuove leggi antimonopolio e di possibili risposte alle tariffe imposte dagli Usa e al crescente rischio geopolitico.
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha invitato domenica la Cina a intervenire perché l’Iran non chiuda lo Stretto di Hormuz, una delle rotte commerciali più cruciali al mondo per il greggio.
«Esorto il governo cinese a fare una telefonata in tal senso, perché dipendono fortemente dallo Stretto di Hormuz per le loro forniture di petrolio», ha dichiarato Rubio in un’intervista a Fox News. La Cina è il principale acquirente del petrolio iraniano e mantiene rapporti amichevoli con la Repubblica Islamica.
Il ministro degli Esteri iraniano ha avvertito domenica che Teheran «si riserva tutte le opzioni per difendere la propria sovranità», dopo che gli Stati Uniti hanno colpito tre importanti siti nucleari nel fine settimana. Secondo quanto riferito dai media statali iraniani, il Parlamento avrebbe appoggiato la proposta di chiudere lo Stretto di Hormuz, citando un alto parlamentare. Tuttavia, la decisione finale spetterebbe al Consiglio di sicurezza nazionale iraniano.
Un tentativo di bloccare questo stretto passaggio marittimo tra Iran e Oman avrebbe conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale. Circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio — pari al 20% del consumo mondiale — sono transitati dallo Stretto nel 2024, secondo l’Agenzia per l’informazione energetica statunitense (EIA). Secondo Goldman Sachs e la società di consulenza Rapidan Energy, se lo Stretto venisse chiuso per un periodo prolungato, i prezzi del petrolio potrebbero superare i 100 dollari al barile.
Gli analisti di JPMorgan giudicano comunque basso il rischio che l’Iran arrivi effettivamente a chiudere Hormuz, perché una tale mossa verrebbe interpretata dagli Stati Uniti come una dichiarazione di guerra. Rubio ha dichiarato che una chiusura dello Stretto sarebbe «un suicidio economico» per l’Iran, visto che anche le sue esportazioni di petrolio passano attraverso quel tratto di mare.
L’Iran è il terzo maggior produttore di petrolio all’interno dell’Opec, con una produzione di 3,3 milioni di barili al giorno. Il mese scorso ne ha esportati 1,84 milioni, la maggior parte dei quali destinati alla Cina, secondo i dati di Kpler. Circa la metà delle importazioni marittime cinesi di greggio provengono dal Golfo Persico. (riproduzione riservata)