La Cina ha reagito ai dazi imposti dagli Stati Uniti con una tariffa uguale e contraria: il 34% sulle importazioni americane. Questa cifra replica l’imposta che Donald Trump ha fissato per i prodotti cinesi in arrivo negli Usa dal 10 aprile 2025. Ma non finisce qui. Secondo alcune indiscrezioni, Pechino starebbe preparando una risposta più ampia che includerebbe la svalutazione della moneta locale, lo yuan.
L’ipotesi ha iniziato a circolare in ambienti finanziari dopo che la Cina ha promesso una reazione «risoluta» ai dazi. Una svalutazione dello yuan potrebbe rendere le esportazioni cinesi più convenienti e, in parallelo, aumentare il costo dei beni importati. Tuttavia, questa mossa potrebbe avere alcuni effetti collaterali, tra cui - segnalano alcuni esperti - una fuga di capitali. «Una delle maggiori preoccupazioni per Pechino è il rischio che gli investitori stranieri ritirino i propri capitali dalla Cina se la valuta scende troppo», conferma Mary Nicola, strategist di Bloomberg.
Per quel che riguarda l’entità della svalutazione, Wells Fargo crede che possa arrivare al 15% in due mesi, mentre Jefferies si spinge a immaginare un indebolimento dello yuan più marcato, fino al 30%. Più prudente la previsione di Mizuho Financial Group, che opta per una svalutazione di circa il 3%, portando il cambio con il dollaro intorno a 7,5.
Al di là della reazione cinese, i dazi di Trump hanno già avuto un impatto sui cambi valutari. Nei giorni successivi al «Liberation Day» del 2 aprile, data dell’annuncio delle tariffe americane, si sono infatti registrati movimenti significativi. «Il 3 aprile il dollaro è sceso ai minimi di sei mesi rispetto all’euro, estendendo la debolezza della valuta registrata nelle ultime settimane», osserva Morningstar. Questo trend ha permesso all’euro di guadagnare terreno. «Dopo aver iniziato l’anno vicino alla parità, l’euro vale quasi 1,11 dollari. Anche la sterlina britannica ha guadagnato rispetto al dollaro, mantenendo una tendenza al rialzo dall’inizio del 2025». In più, il contesto attuale favorisce «il ritorno di valute rifugio come lo yen giapponese e il franco svizzero». (riproduzione riservata)