Cina in rosso, giovedì 16 ottobre, sotto il peso delle tensioni con gli Usa, mentre il Giappone viaggia bene nonostante le incertezze politiche. Alle ore 7:30 italiane, il Nikkei sale dell’1,2%, Hong Kong cede lo 0,7%, mentre Shanghai è sotto la parità (-0,2%). I futures sul Nasdaq si muovono con cautela.
L’indice Nikkei 225 estende i rialzi della seduta precedente. Gli investitori continuano a muoversi tra le incertezze politiche in Giappone, sostenuti da una stagione positiva di utili. Il Partito Liberal Democratico ha proposto di tenere il voto per la nomina del nuovo premier il 21 ottobre, anche se i partiti di opposizione non hanno ancora concordato la data, mantenendo incerta la posizione di Sanae Takaichi. Il sentiment resta supportato da risultati societari solidi, dalle attese di tagli ai tassi da parte della Federal Reserve e dalla domanda sostenuta di tecnologie legate all’intelligenza artificiale.
Mentre le tensioni con Washington si intensificano, la Cina traccia la rotta per il futuro. Il presidente Xi Jinping e il Comitato Centrale del Partito Comunista si riuniranno da lunedì a giovedì prossimi per il Quarto Plenum, un incontro strategico che si tiene due volte per decennio dal 1950, pensato per definire gli obiettivi economici e sociali del Paese.
L’appuntamento arriva mentre Pechino celebra i risultati del 14° piano quinquennale, nonostante le pressioni statunitensi sul fronte tecnologico e commerciale. Il nuovo 15° piano sarà cruciale per raggiungere gli obiettivi fissati al 2035: portare il Pil pro capite ai livelli medi dei Paesi sviluppati e realizzare importanti progressi nelle tecnologie strategiche.
Le discussioni della prossima settimana si concentreranno sulle difficoltà immediate: le restrizioni Usa sull’export tecnologico, l’ipotesi di dazi fino al 100% e la debole domanda interna. Secondo l’ex capo economista della Bank of China, Zong Liang, Pechino non annuncerà rivoluzioni, ma punterà su riforme per stimolare la domanda interna, riducendo le barriere commerciali interne e facilitando l’accesso ai visti.
Dopo i recenti incentivi alle industrie high-tech, la Cina dovrebbe intensificare il sostegno ai semiconduttori, all’intelligenza artificiale e alla robotica. I dettagli completi emergeranno solo nel congresso nazionale di marzo 2026, ma la riunione offrirà un’anteprima delle priorità strategiche.
Tianchen Xu, economistaper conto dell’Economist Intelligence Unit, prevede che la componente tecnologica del piano si focalizzerà su due punti: l’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di un tasso di adozione del 90% entro il 2030, e la ricerca scientifica di base, ancora lontana dai target ufficiali.
Sul fronte climatico, Pechino dovrà mantenere l’impegno a ridurre le emissioni dopo il 2030, obiettivo per ora in ritardo. Secondo Xu, per centrarlo serviranno riforme del mercato energetico e la chiusura delle industrie più inquinanti.
Resta incerto se la pianificazione centralizzata basti a garantire la crescita e l’innovazione tecnologica. Larry Hu, capo economista di Macquarie, osserva che i tre principali cambiamenti economici degli ultimi 25 anni — dall’ingresso nel Wto alla stretta sul settore immobiliare — non derivavano dai piani quinquennali, ma da mutamenti nella domanda esterna.
Ora, con le esportazioni in rallentamento e l’ambizione di dominare l’industria dei veicoli elettrici, la Cina affronta una nuova svolta. Tuttavia, diversi obiettivi del piano Made in China 2025 restano lontani, come dimostra il jet passeggeri C919, ancora dipendente da componenti statunitensi ed europei.
La crescente enfasi sulla manifattura, a fronte di una domanda interna debole, ha portato a un eccesso di offerta che inonda i mercati globali di prodotti a basso costo, scatenando reazioni da parte di Stati Uniti, Messico e Unione Europea.
Pechino sostiene che i Paesi non dovrebbero accusarla, ma cooperare nello sviluppo tecnologico. Alcuni — tra cui la Russia e i membri della Shanghai Cooperation Organization — mostrano interesse verso le tecnologie cinesi, più economiche rispetto a quelle occidentali.
Eppure, per Washington e Bruxelles, l’ascesa tecnologica della Cina resta una minaccia. Gli Stati Uniti hanno inasprito i controlli sull’export e ampliato i dazi, mentre Pechino continua a sfidare la supremazia americana nell’economia mondiale. (riproduzione riservata)