La Cina chiude la settimana in calo, venerdì 27 giugno, dopo la pubblicazione dei dati sui profitti industriali in forte calo. Alle ore 7:40 italiane, il Nikkei sale dell’1,4%, Hong Kong e Shanghai perdono lo 0,5%, mentre i futures sul Nasdaq sono sopra la parità. Nella serata di giovedì, il presidente Usa, Donald Trump, ha parlato di nuovo accordo con Pechino per concretizzare l’intesa dei Ginevra di maggio, senza fornire però alcun dettaglio.
I profitti dell’industria cinese hanno registrato un crollo del 9,1% su base annua nel mese di maggio, segnando il calo mensile più marcato da ottobre scorso, quando la contrazione fu del 10%. Questo nuovo dato solleva dubbi sull’efficacia delle recenti misure di stimolo adottate da Pechino per sostenere la redditività delle imprese.
Secondo l’Ufficio nazionale di statistica, il calo è attribuibile a una domanda interna insufficiente e a un ribasso dei prezzi dei prodotti industriali.
Nel periodo gennaio-maggio 2025, i profitti cumulati delle principali imprese industriali sono diminuiti dell’1,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel dettaglio: il settore minerario ha registrato un calo del 29%,quello manifatturiero e utilities hanno mostrato lievi miglioramenti, mentre il comparto automobilistico ha subito un crollo dell’11,9%.
Anche le aziende a controllo statale hanno visto i profitti scendere del 7,4%, mentre quelle non statali hanno registrato una flessione più contenuta, pari all’1,5%. Da segnalare invece un leggero aumento (+0,3%) per le aziende industriali con capitale estero (qui sono inclusi gli investitori da Hong Kong, Macao e Taiwan).
Nonostante il calo dei profitti industriali, alcuni dati macroeconomici di maggio sono stati positivi. Le vendite al dettaglio sono aumentate del 6,4%, grazie ai sussidi governativi, mentre produzione industriale e investimenti fissi hanno deluso le aspettative.
Secondo Tianchen Xu dell’Economist Intelligence Unit, il recente calo dei profitti non sarà sufficiente a motivare nuove misure espansive: «La performance generale dell’economia resta solida, e questo dato isolato difficilmente spingerà il governo all’azione». Xu ritiene comunque che «il peggio potrebbe essere alle spalle» per i margini industriali, grazie anche alla flessione dei prezzi globali delle materie prime.
Robin Xing, capo economista per la Cina di Morgan Stanley, ha scritto che la crescita del Pil nel primo semestre del 2025 è in linea con il +5% annuo, superando l’obiettivo ufficiale di Pechino, fissato proprio al 5%. Anche secondo Xing questo potrebbe ridurre l’urgenza di nuove misure di stimolo in occasione del prossimo vertice del Politburo a luglio.
Neo Wang (Evercore Isi) ha sottolineato a sua volta che «non vi è alcuna garanzia» di un nuovo pacchetto di stimolo da parte della leadership cinese, alla luce del recente miglioramento del sentiment dei consumatori e del rimbalzo delle vendite al dettaglio. Secondo Wang, eventuali decisioni politiche dipenderanno anche dall’esito dei colloqui commerciali Usa-Cina previsti per fine luglio e dall’evoluzione della politica tariffaria americana.
Le esportazioni cinesi sono cresciute a maggio del 4,8% su base annua, sostenute dai mercati del Sudest asiatico e dell’Unione Europea, mentre i flussi diretti verso gli Stati Uniti sono crollati del 34,5%. Citi prevede per il 2025 una crescita complessiva delle esportazioni pari al 2,3%, includendo una stima di -10% nei volumi diretti verso gli Usa.
Mercoledì il presidente Usa Donald Trump ha annunciato un nuovo accordo con la Cina, senza fornire dettagli. La Casa Bianca ha poi chiarito che le due parti hanno raggiunto un’intesa per attuare il cosiddetto «accordo di Ginevra», precedentemente bloccato per divergenze su minerali critici e restrizioni tecnologiche.
Il 12 maggio era stata concordata una pausa di 90 giorni, che includeva la riduzione di alcuni dazi da parte statunitense e l’allentamento dei limiti all’export di materie prime critiche da parte cinese.
Nonostante i segnali positivi, Morgan Stanley avverte che nella seconda metà dell’anno la crescita economica cinese potrebbe rallentare, a causa delle pressioni deflazionistiche, della normalizzazione degli export e dell’impatto delle tariffe americane sulle esportazioni dirette verso gli Stati Uniti. (riproduzione riserata)