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Cina, il Pil del secondo trimestre batte le attese. Shanghai in rosso

15 luglio 2025, 07:35 Ultimo aggiornamento: 08:12

Il Pil è cresciuto del 5,2% nel secondo trimestre rispetto all’anno precedente, battendo le stime degli economisti (5,1%). Migliora la produzione industriale, ma crollano gli investimenti immobiliari

I dati macro cinesi più solidi del previsto non sostengono le borse e martedì 15 luglio l’Asia si muove incerta, in parte temendo che gli stimoli di Pechino ora potrebbero tardare ad arrivare. Alle ore 7:40 italiane, il Nikkei sale dello 0,22%, Hong Kong dello 0,3%, Shanghai cede lo 0,7%. I futures sul Nasdaq restano invece solidi e guadagnano lo 0,5%. Sullo sfondo domina il tema dei dazi. 

Il Pil cinese batte le attese

L’economia cinese è cresciuta a un ritmo superiore alle previsioni nel secondo trimestre 2025, mantenendo il Paese sulla buona strada per centrare l’obiettivo annuale di crescita del 5% attesa dal governo e alleggerendo la pressione su Pechino di ulteriori misure di stimolo.

Secondo quanto comunicato martedì 15 luglio dall’Ufficio Nazionale di Statistica cinese, il Pil è cresciuto del 5,2% nel secondo trimestre rispetto all’anno precedente, battendo le stime degli economisti interpellati da Reuters (5,1%), seppur in rallentamento rispetto al +5,4% del primo trimestre.

A giugno, le vendite al dettaglio sono cresciute del 4,8% annuo, in calo rispetto al +6,4% di maggio e sotto le attese (+5,4%). Le vendite nel settore della ristorazione sono aumentate solo dello 0,9%, il peggior dato da dicembre 2022, secondo Wind Information.

Sale la produzione industriale, ma crollano gli investimenti immobiliari

La produzione industriale ha registrato un’espansione del 6,8%, sopra il consenso (+5,7%). Gli investimenti in beni fissi, invece, sono cresciuti del 2,8% nella prima metà dell’anno, contro un’attesa del 3,6%. Il crollo degli investimenti nel settore immobiliare si è accentuato: -11,2% nel semestre, rispetto al -10,7% nei primi cinque mesi. Anche gli investimenti in infrastrutture e manifattura hanno mostrato segnali di rallentamento.

I consumi interni incidono per il 52% del Pil

«Il mercato immobiliare è ancora in fase di assestamento», il commento di Laiyun Sheng, vice commissario dell’istituto statistico, sollecitando «è necessario un sostegno più incisivo» per stabilizzare il settore.

Sheng ha aggiunto che il consumo interno ha contribuito al 52% del Pil nella prima metà del 2025, con un incremento della sua incidenza nel secondo trimestre, mentre la quota del commercio estero è diminuita. Ha inoltre sottolineato l’intenzione del governo di sostenere i consumi, anche attraverso l’aumento dei redditi.

Il Politburo interverrà?

Sheng prevede un moderato miglioramento dell’inflazione nella seconda metà dell’anno, grazie agli sforzi di Pechino per incentivare la spesa evitando al contempo guerre di prezzo incontrollate. Il tasso di disoccupazione urbana è rimasto stabile al 5% in giugno, dopo il picco biennale del 5,4% toccato a febbraio.

«Anche se è probabile un rallentamento nella seconda metà dell’anno, l’obiettivo del 5% resta raggiungibile», spiega Tianchen Xu, senior economist dell’Economist Intelligence Unit, secondo cui il governo eviterà ulteriori stimoli nel prossimo incontro del Politburo, previsto per fine luglio.

Secondo Xu, Pechino potrebbe decidere eventuali nuove misure espansive a settembre, solo nel caso in cui la crescita dovesse frenare sensibilmente.

Il nodo dei dazi

Ad aprile, il presidente americano Donald Trump ha aumentato i dazi sulle importazioni cinesi fino al 145%, spingendo Pechino a varare contromisure: incentivi ai gruppi esportatori in difficoltà, sussidi per l’assunzione di neolaureati e un programma di incentivi al consumo tramite la rottamazione di beni durevoli.

A maggio le due potenze economiche hanno raggiunto una tregua commerciale, con la promessa reciproca di rimuovere la maggior parte dei dazi per 90 giorni. Successivamente, un incontro a Londra ha portato a un quadro comune: Pechino si è impegnata a velocizzare le esportazioni di terre rare, mentre Washington ha allentato alcune restrizioni tecnologiche e sui visti per gli studenti cinesi. Le parti lavorano ora per raggiungere un accordo definitivo entro il 12 agosto.

Il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, ha detto che incontrerà presto il suo omologo cinese per proseguire i colloqui su commercio e cooperazione. «Se la minaccia di guerra commerciale si riduce nel breve termine, diminuisce anche la probabilità che la Cina vari un maxi-stimolo fiscale», interviene Zhiwei Zhang, chief economist di Pinpoint Asset Management.

I richiami a nuovi stimoli fiscali

Nonostante la buona tenuta generale dell’economia cinese nel 2025, gli analisti ritengono che permangano rischi al ribasso. «La crescita superiore alle attese nel primo semestre dà al governo margine per tollerare un rallentamento nei prossimi mesi», osserva ancora Zhang.

A maggio Pechino ha tagliato i tassi e aumentato la liquidità, interventi che hanno sostenuto parte dell’economia. Secondo diversi sondaggi, la manifattura è in miglioramento. Le esportazioni sono rimaste solide, soprattutto verso il Sudest asiatico e l’Unione Europea (+13% e +6,6% rispettivamente), nonostante il calo del 10,9% verso gli Stati Uniti.

Tuttavia, questa resilienza è stata in gran parte dovuta a sconti sui prezzi, che secondo Louise Loo, capo economista Asia di Oxford Economics, stanno erodendo i margini e aggravando le pressioni deflazionistiche. L’indice deflatore del Pil è infatti sceso dell’1,2% su base annua, la caduta più ampia dalla crisi del 2008. E’ un indice che misura il livello generale dei prezzi dei beni e servizi prodotti in un'economia, consentendo di distinguere tra la crescita del Pil dovuta all'aumento dei prezzi (inflazione) e quella dovuta all'aumento della produzione reale. (riproduzione riservata)



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