L’Asia rimbalza, mercoledì 15 ottobre, nonostante la Cina in deflazione e le tensioni con gli Usa. Alle ore 7:30 italiane, il Nikkei salde dell’1,5%, l’Hang Seng del’1,2%, Shanghai dello 0,1%, mentre i futures sul Nasdaq sono tornati positivi (+0,5). L’oro tocca nuovi massimi e sfonda i 4.200 dollari l’oncia a quota 4.209 dollari. A muovere gli acquisti in Asia, le dichiarazioni della serata precedente del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che hanno infatti rafforzato le aspettative di ulteriori tagli ai tassi negli Stati Uniti.
Gli investitori continuano intanto a monitorare l’evoluzione delle tensioni commerciali tra Washington e Pechino, dopo che il presidente Donald Trump ha minacciato un embargo sull’olio da cucina cinese in risposta al boicottaggio di Pechino sulla soia americana.
Permane l’incertezza politica sulla possibile nomina di Sanae Takaichi, leader del Partito Liberal Democratico e sostenitrice di politiche economiche espansive, alla carica di premier dopo la rottura della coalizione con Komeito.
I prezzi al consumo in Cina sono scesi dello 0,3% su base annua a settembre 2025, un calo più marcato rispetto alle previsioni (-0,1%) ma leggermente inferiore alla flessione di agosto (-0,4%). I prezzi alimentari hanno registrato la contrazione più forte dal 2024, mentre l’inflazione non alimentare ha mostrato un leggero aumento.
I prezzi alla produzione cinesi sono scesi del 2,3% su base annua a settembre 2025, in rallentamento rispetto al -2,9% di agosto e in linea con le stime di mercato, toccando così la contrazione più lieve da febbraio.
Il dato riflette gli sforzi del governo per ridurre l’eccesso di capacità industriale e l’aumento dell’attività pre-festiva in vista della Golden Week. Nei primi otto mesi dell’anno, il PPI è calato in media del 2,8%. Su base mensile, i prezzi sono rimasti invariati rispetto ad agosto.
Le quotazioni dell’oro sono salite fino a 4.209 dollari l’oncia mercoledì, estendendo la corsa rialzista e toccando un nuovo record, spinte dalla ricerca di beni rifugio e dalle attese di ulteriori allentamenti monetari negli Stati Uniti.
L’inasprimento delle tensioni commerciali tra Washington e Pechino ha alimentato la domanda di oro dopo che Trump ha accusato la Cina di «comportamento economicamente ostile» per aver bloccato le importazioni di soia e ha minacciato un embargo sull’olio da cucina.
Le dichiarazioni sono arrivate dopo che Pechino ha annunciato nuove misure di ritorsione, inclusa l’imposizione di sanzioni a cinque filiali americane del gruppo sudcoreano Hanwha Ocean.
A sostenere il clima d’incertezza contribuiscono anche lo shutdown del governo Usa, la crisi politica in Francia e l’instabilità di leadership in Giappone.
Powell, nel suo intervento all’annuale convegno Nabe, ha inoltre avvertito che il forte rallentamento delle assunzioni negli Stati Uniti rappresenta una minaccia crescente per l’economia, aprendo la porta a due ulteriori tagli dei tassi entro fine anno.
Il Fondo Monetario Internazionale stima che la crescita economica globale rallenterà al 3,2% nel 2025 e al 3,1% nel 2026, rispetto al 3,3% del 2024, in un contesto di crescente protezionismo e frammentazione economica.
Il dato, di 0,4 punti percentuali più alto rispetto alle stime di aprile, riflette un parziale allentamento delle tensioni tariffarie.
Il Fmi prevede una crescita del 2,0% per gli Stati Uniti nel 2025 (2,1% nel 2026), 4,8% per la Cina (4,2% nel 2026), 1,2% per l’Eurozona, 1,3% per il Regno Unito e 1,1% per il Giappone.
L’inflazione globale, secondo il Fondo, continuerà a diminuire ma con andamenti disomogenei: superiore all’obiettivo negli Stati Uniti, con rischi al rialzo e più contenuta nelle altre principali economie. (riproduzione riservata)