C’è un passaggio dell’audizione di Stéphane Boujnah del 21 maggio che ha destato «sorpresa» e qualche malumore negli ambienti vicini a Cassa Depositi e Prestiti. Ed è quello in cui il ceo di Euronext, davanti alla Commissione Banche presieduta da Pierantonio Zanettin, ha ricostruito il modo in cui sono andati i fatti con Cdp (socio di riferimento della holding dei listini che controlla Borsa Spa, di cui la Cassa detiene l’8% circa) per il rinnovo degli organi sociali della stessa Borsa e di Mts, la piattaforma dove vengono scambiati i Btp.
Il manager francese non si è sottratto alle domande più scomode, quelle che miravano a ottenere più informazioni sullo scontro con la Cassa per la recente conferma dell’ad di Borsa, Fabrizio Testa. E ha risposto ai parlamentari mettendo in fila, con ordine quasi chirurgico, tre piani distinti della vicenda: il contesto dell’accordo, il merito dell’accordo e la questione legale in sospeso.
Per il contesto bisogna tornare al 2021: quando Euronext - la holding dei listini europei con sede legale ad Amsterdam - ha rilevato Borsa Spa dal London Stock Exchange e, contestualmente, si è avvicinata a Cdp e al Mef, con cui ha sottoscritto dei patti parasociali per la nomina dei vertici di Borsa – la famosa «clausola» della discordia (che anni dopo avrebbe finito per riemergere nelle aule dei tribunali).
Così si entra nel merito dell’accordo: secondo Boujnah l’interpretazione corretta della norma indica che il coinvolgimento di un head hunter per selezionare nuovi candidati debba esserci solo in caso di posto vacante del ceo (e non in caso di semplice rinnovo). Ma fonti vicine a Cdp sottolineano che la lettura non è corretta: perché quella descritta dal manager francese è la procedura di nomina del presidente che, però, differisce da quella di nomina per l’amministratore delegato.
Nella selezione dell’ad, il limite di vacatio non andrebbe applicato e, al contrario, il percorso di consultazione dovrebbe valere sempre alla scadenza di fine mandato (e quindi ogni tre anni). Una procedura che è stata bollata come eccessivamente «lunga e farraginosa» dal ceo Boujnah. Questa la ragione per cui Cdp si è rivolta agli avvocati e ha affidato la questione in tribunale, sia a Milano che ad Amsterdam.
Si entra quindi nella terza e ultima parte: la questione legale in sospeso. Davanti alla Commissione Banche, il manager francese ha sottolineato come la questione «sia stata già chiarita sia da un tribunale olandese, sia da uno italiano» con le due cause terminate a favore di Euronext. Negli ambienti vicini a Cdp si fa notare che il giudice italiano si è espresso su «un profilo attinente al rito» ossia sulla sussistenza delle ragioni di urgenza necessarie per la pronuncia cautelare, prendendo solo atto di quanto stabilito dal giudice olandese (competente per merito).
Tant’è che il gruppo guidato da Dario Scannapieco ha fatto ricorso. E ora, sul percorso di nomina del numero uno di Palazzo Mezzanotte, ci sono altre due cause pendenti: ancora una volta nel Tribunale Civile di Milano, l’altra sarà presentata a breve alla corte di Amsterdam. Per il ceo Boujnah si tratta «di un semplice malinteso», per Cdp si tratta della privazione di un diritto: quello di partecipare alla selezione dell’ad. Secondo Scannapieco, che verrà ascoltato il 4 giugno sempre dalla Commissione Banche, non si tratta però di una battaglia tra Italia e Francia, ma di un principio di diritto.
Un punto su cui è fortemente sostenuto dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – anche lui atteso dal presidente di commissione, Pierantonio Zanettin, il 18 giugno. La partita, in ogni caso, resta aperta. Con l’arbitro che non ha ancora fischiato nel merito. E così come la Commissione Banche, anche i tribunali hanno chiesto di acquisire tutti i documenti, compreso il patto parasociale. I legali che hanno preparato la causa contro Euronext sono convinti dell’interpretazione: il socio italiano deve poter esprimere il suo candidato alla guida di Piazza Affari. Ma nulla ancora è da ritenersi definitivo. (riproduzione riservata)