Per Karim Chedid, responsabile delle strategie d’investimento Emea di BlackRock, non è il momento di uscire dal mercato. Anzi. Nonostante i record i fondamentali della borsa americana restano solidi: gli utili crescono in più settori e la spesa per l’intelligenza artificiale rappresenta una forza strutturale di trasformazione, non una replica della bolla del 2000.
Chedid vede valore anche nei bond europei, dove l’inflazione è sotto controllo, e suggerisce un approccio bilanciato tra attivo e passivo, con portafogli diversificati per fronteggiare correlazioni meno affidabili tra azioni e obbligazioni (su www.milanofinanza.it il video dell’intervista a Class Cnbc).
Risposta. Restiamo positivi sugli Stati Uniti per tre motivi. Primo, perché il mercato è molto concentrato ma il 40% dell’S&P 500 è piatto o negativo; quindi non tutti i titoli americani sono cari. Secondo, perché gli utili stanno migliorando in modo più diffuso, non solo nel tech. Terzo, perché il posizionamento non è eccessivo: gli investitori sono esposti all’equity Usa ma non vediamo flussi paragonabili a quelli della scorsa estate. C’è ancora spazio per crescere.
R. No, e lo dico perché i fondamentali restano la chiave. E poi restare investiti è più importante che cercare il market timing perfetto. L’intelligenza artificiale è un tema centrale ma non è l’unico motore. I titoli tech oggi generano utili reali e l’adozione dell’intelligenza artificiale riguarda ancora solo il 10% dell’economia americana: significa che la crescita è appena iniziata.
R. La situazione è molto diversa. Oggi la leva finanziaria è bassa e gli utili ci sono. Servono investimenti ingenti per l’adozione dell’AI e questo crea valore tangibile. Le aziende tecnologiche hanno bilanci solidi e un modello di business sostenibile. Non vediamo le caratteristiche speculative di 25 anni fa.
R. Guardiamo più ai settori che alle aree geografiche. Negli Stati Uniti la spesa fiscale resta concentrata su innovazione e AI; in Europa invece le opportunità riguardano finanza e difesa. Le banche beneficiano di tassi stabili intorno al 2% e la difesa riceverà impulso dai piani di spesa tedeschi ed europei. Ogni area ha la propria specializzazione ed è su quella che costruiamo le nostre strategie.
R. Sì, perché aumentano le differenze tra le regioni. Negli Stati Uniti il mix di crescita e inflazione è più complesso, mentre in Europa l’inflazione è scesa verso, e forse sotto, il target della Bce. Ci aspettiamo tassi stabili o ulteriori tagli nel 2026. Per questo siamo favorevoli ai titoli governativi europei, soprattutto sulla parte media della curva, pur con cautela sulle scadenze più lunghe.
R. Nel sondaggio che abbiamo condotto tra i nostri clienti Emea il 50% ha coperto il rischio di cambio sull’equity Usa, un dato molto più alto rispetto al passato. La volatilità del dollaro è diventata un rischio aggiuntivo per i portafogli azionari. Il biglietto verde resta sopravvalutato rispetto ai differenziali di rendimento e ha perso parte del suo ruolo di bene rifugio. Consigliamo coperture parziali nei prossimi anni.
R. Ha più senso oggi che in passato. La volatilità e la dispersione creano opportunità per generare alpha (cioè superare il rendimento del mercato, ndr). Serve un approccio combinato: un core indicizzato, per restare pienamente investiti, e una componente attiva ad alta convinzione che sfrutti i disallineamenti di prezzo tra settori e regioni. Anche gli hedge fund sistematici possono contribuire a diversificare e stabilizzare i rendimenti.
R. Rimanere investiti. È un contesto favorevole al rischio, con buone prospettive per l’equity, in particolare sull’AI e sui settori difesa e banking in Europa. Nell’obbligazionario privilegiamo soluzioni multi-asset che generino income e protezione. E soprattutto diversificare: le correlazioni tradizionali tra azioni e bond sono oggi meno affidabili e richiedono portafogli più flessibili e aperti all’innovazione. (riproduzione riservata)