Forse non tutti sanno che Wall Street, prima dell’apertura del New York Stock Exchange, era famosa per il mercato degli schiavi, il muro eponimo l’avevano costruito loro. Pagato dazio al politicamente corretto, è doveroso ricordare che MF nasce nel 1989, l’anno passato alla storia per la caduta del muro di Berlino. Un anno che segna la vittoria della libertà e spalanca nuove gloriose prospettive al mondo.
Ebbene, nella lettera che ogni anno uno dei massimi protagonisti della storia di Wall Street, ovvero Warren Buffett, invia agli azionisti della sua Berkshire Hathaway, di tutto questo non c’è traccia. La lettera in esame porta la data del 2 marzo 1990 e riassume conti e attività di Berkshire Hathaway nel 1989: non una parola sulla caduta del muro di Berlino. Sembra incredibile oggi, quando tutti i capi azienda più potenti, in particolare quelli del mondo della finanza, amano discettare di geopolitica. A ben vedere, l’evento più importante del 1989 per Buffett è che Berkhshire Hathaway ha aumentato la sua partecipazione azionaria in Coca-Cola. All’epoca gli imprenditori e i manager si occupavano di far quadrare i conti, non di cambiare il mondo. O almeno non lo proclamavano ai quattro venti.
Nel 1989 l’uomo più ricco del mondo, secondo la classifica di Forbes, era un giapponese: Tsutsumi Yoshiaki, ceo di Seibu Railway Group, con un patrimonio netto 15 miliardi di dollari, quasi tre volte più del primo fra gli statunitensi, l’ormai dimenticato magnate televisivo John Werner Kluge (nato in Germania) con solo 5,2 miliardi di dollari. Insomma, nel 1989 l’uomo più ricco del mondo era giapponese e la sua società non era quotata a Wall Street. Però quell’anno gli Stati Uniti vincono la Guerra Fredda e le cose cambiano, anche se non con la rapidità che ci si aspetterebbe.
I giapponesi continuano a stare in testa alla classifica fino al 1995, quando lo scettro torna a un americano: Bill Gates. Il suo patrimonio ammonta a 12.9 miliardi di dollari ed è il fondatore e ceo di Microsoft. Gli Stati Uniti tornano ad avere la superiorità tecnologica, rappresentata dal personal computer; lo spettro del sorpasso giapponese, il pericolo giallo con i suoi transistor è stato definitivamente esorcizzato. Wall Street rispecchia questa situazione. Ma Warren Buffett resta con i piedi per terra: «Non c'è motivo per fare salti di gioia per i guadagni del 1995, un anno in cui qualsiasi idiota avrebbe potuto fare un sacco di soldi sul mercato azionario. E noi li abbiamo fatti. Per parafrasare il presidente Kennedy, l’alta marea solleva tutti gli yacht», scrive ai suoi azionisti.
Incredibilmente Berkhshire Hathaway non ha mai posseduto azioni Microsoft. Eppure Warren Buffett e Bill Gates sono grandi amici dal 1991, nonostante i 25 anni di differenza di età. Ma è proprio la loro amicizia a impedirlo perché, ha spiegato una volta Buffett, «se Berkshire acquistasse azioni Microsoft e la società rilasciasse buone notizie poco dopo, la gente potrebbe pensare che io fossi a conoscenza di informazioni privilegiate». Dal 1995 al 2007 Bill Gates si conferma l’uomo più ricco del mondo. Perde il primato nel 2008, sorpassato da...Warren Buffett.
Nel frattempo succede di tutto: internet comincia a diffondersi tra le masse (in realtà è nato nel 1967), le società del settore cominciano a spuntare come funghi, basta aggiungere il suffisso .com e anche la più arretrata azienda della old economy fa faville a Wall Street (idem a piazza Affari).
I soldi arrivano a fiumi anche perché nel 1999 il presidente Bill Clinton abroga il Glass-Steagall Act, una legge del 1932 che aveva introdotto la netta separazione tra banche commerciali e banche di investimento. Una legge ideata con l’obiettivo di evitare che si ripetesse il grande crollo di Wall Street del 1929. Nell’euforia del 1999 quella legge era diventata un ferrovecchio, il triste simbolo dei lacci e lacciuoli che impedivano al capitalismo e alla finanza americana di dispiegare al massimo la sua benefica potenza.
Il boom di Wall Street viene poi alimentato dalla Federal Reserve, allora guidata da Alan Greenspan, che tra il 1995 e il 1999 taglia i i tassi d’interesse dal 6% al 4,75%. Ma attenzione, nel 1999 la situazione è tale che a novembre Buffett, senza aspettare l’assemblea degli azionisti, prende carta e penna e scrive a Fortune: «In questi giorni chi investe sul mercato azionario ha aspettative decisamente troppo alte». Pochi mesi dopo, il 13 marzo 2000, scoppia la bolla internet: in soli tre giorni il Nasdaq perde quasi il 9%. Dopo questa botta, però, lo sgonfiamento è graduale, dando adito anche a speranze di ripresa, ma si prolunga al 2000 e all’anno successivo.
Così si arriva all’11 settembre 2001. Due aerei di linea dirottati da terroristi di al Qaeda si schiantano contro le due Torri Gemelle, a pochi isolati da Wall Street. È il primo attacco in territorio americano da quello giapponese a Pearl Harbor, nelle Isole Hawaii, del 7 dicembre 1941. Nella sua lettera agli azionisti, Warren Buffett ammette di avere «trascurato o respinto la possibilità di perdite su larga scala a causa del terrorismo». Cosa particolarmente grave visto che Berkshire Hathaway resta sempre soprattutto una compagnia di riassicurazione.
In mezzo al clima di terrore che domina in quei giorni nel mondo occidentale, passa quasi inosservato un evento che avrà conseguenze di portata colossale: l’11 dicembre 2001 la Cina entra nel Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio.
Per reagire all’11 settembre, la Fed guidata da Greenspan taglia i tassi in modo aggressivo. In realtà aveva già cominciato a farlo all’inizio di quell’anno per rispondere alla crisi innescata dallo scoppio della bolla internet: a marzo i tassi erano al 5,50%, alla fine di dicembre erano scesi all’1,75%. Nel giugno 2003 arrivano all’1% e rimangono a quel livello per un anno. In questo periodo gli Stati Uniti non vengono più attaccati sul loro territorio e cominciano a sentirsi le conseguenze positive dell’ingresso della Cina nel Wto.
A Wall Street torna l’euforia, grazie soprattutto a quella che allora veniva definita la «Greenspan put». In poche parole, non appena Wall Street dava segni di cedimento, Greenspan immetteva nuova liquidità nel sistema e così la giostra ripartiva.
Il governatore della Fed ha forse trovato la formula magica per l’eterno rialzo? Warren Buffett indossa i panni del guastafeste e nella lettera del 21 febbraio 2003 mette in guardia gli azionisti sui pericoli dei derivati, che definisce «armi finanziarie di distruzione di massa».
Greenspan si sente chiamato direttamente in causa e l’8 maggio risponde così: «Sebbene i benefici e i costi dei derivati rimangano oggetto di un acceso dibattito, la performance dell’economia e del sistema finanziario negli ultimi anni suggerisce che tali benefici hanno sostanzialmente superato i costi». Sempre più derivati e alchimie finanziarie, quindi, proprio quello che i mercati aspettano di sentirsi dire. Wall Street torna nel migliore dei mondi possibili.
Alla Casa Bianca risiede George W. Bush, che vuole fare degli Stati Uniti una «società di proprietari di casa». I bassi tassi d’interesse spingono la gente ad accendere mutui per l’acquisto della casa e le banche, grazie ad alcune alchimie finanziarie, li trasferiscono, dopo averli trasformati in titoli, a soggetti terzi (le cosiddette società veicolo) recuperando così immediatamente buona parte del credito che altrimenti avrebbero riscosso solo al termine dei mutui stessi (10, 20 o 30 anni dopo). Il rischio viene così spalmato su tanti soggetti, troppi, spingendo le banche a concedere prestiti anche a chi in condizioni normali verrebbe giudicato incapace di rimborsarli. Sono i cosiddetti mutui subprime. Così anche i disoccupati si ritrovano a diventare proprietari di casa.
Ma all’inizio del 2004, la Fed comincia ad alzare i tassi di interesse in risposta alla ripresa dell'economia. Sempre più gente non riesce a pagare il mutuo. Il meccanismo salta per aria nel 2007 e il veleno dei subprime comincia a propalarsi per tutto il sistema finanziario fino al culmine della bancarotta di Lehman Brothers, il 15 settembre 2008.
A Wall Street torna il panico generale. In tutto il mondo la domanda è una sola: la mia banca sarà ancora aperta domani? Per l’ennesima volta Buffet dà il buon esempio: investe 5 miliardi di dollari in Goldman Sachs, chiama a tarda notte il segretario al Tesoro Henry Paulson e gli dice: «Potrebbe essere più sensato investire più capitale nelle banche invece di cercare di acquistare asset».
I ceo delle principali banche americane, sia pure tra mille perplessità, accettano la proposta. Così il Tesoro statunitense inietta subito 250 miliardi di dollari di liquidità nel sistema bancario. La giostra riparte. Poi nel 2020 il mondo entra in clausura per il Covid, viene iniettata ancora più liquidità e la giostra riparte di nuovo. E ora che siamo sull’orlo di una guerra mondiale, cosa dobbiamo aspettarci? Il consiglio di Warren Buffett, giunto alla venerabile età di 93 anni, resta sempre lo stesso: «Sii timoroso quando gli altri sono avidi e avido quando gli altri sono timorosi». (riproduzione riservata)