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Il ceo di Cdp Venture Capital Agostino Scornajenchi
Il ceo di Cdp Venture Capital Agostino Scornajenchi
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Cdp Venture, primi exit triplicando il capitale. Ecco dove stanno nascendo i nuovi unicorni. Accordo con Nextalia. Parla l’ad Scornajenchi

14 giugno 2024, 20:00

Dopo i primi investimenti del secondo semestre del 2020, Cdp Venture realizza alcune exit triplicando il capitale. Il fondo Venturitaly2 comincia a stringere accordi: investirà anche in Nextalia Ventures. Parla l’amministratore delegato Agostino Scornajenchi che lavora per portare casse previdenziali e fondi pensione a investire in startup innovative

La sfida è supportare anche in Italia il venture capital come infrastruttura che deve trasportare i capitali verso le giovani imprese che devono diventare le grandi imprese del domani. Per far questo il ceo di Cdp Venture Capital, Agostino Scornajenchi, ha varato un piano industriale da 8 miliardi di euro di risorse in gestione entro il 2028, fra fondi diretti e indiretti. Fra questi ultimi è stato appena lanciato VenturItaly 2, il secondo fondo dei fondi con target di 700 milioni dedicato a tutti i settori tecnologici. Uno dei primi investimenti sarà in Nextalia Ventures, il terzo fondo della sgr del banchiere Francesco Canzonieri. Poi c’è l’Intelligenza Artificiale (AI).

Domanda. Perché nel piano ha deciso di concentrarsi in primis sull’AI con un miliardo, su 8 complessivi?

Risposta. Abbiamo puntato su alcuni settori a maggior valore aggiunto, comparti individuati incrociandone il livello di maturità con quello di strategicità per il Paese. È stato un grande lavoro che abbiamo portato avanti in fase di stesura del piano con Cdp, Governo, Mimit, Mef, Dipartimento per la Trasformazione Digitale e le altre amministrazioni competenti. Agrifood, space economy, cleantech, healtcare & life science, infratech e industrytech sono tutti settori ad alto contenuto tecnologico che sono intersecati da applicazioni di AI che a sua volta è anche un comparto a sé. Sulla parte della tecnologia deep, l’AI è un settore che si sta sviluppando velocemente. Siamo agli inizi della sua crescita. L’Italia quindi deve interrogarsi se in questa fase possa avere senso ragionare su un foundation model nazionale.

D. Ma ha senso investire nella frontiera dell’AI quando negli ultimi cinque anni grandi Paesi come Usa e Cina hanno già mobilitato quasi 330 miliardi di dollari e oltre 132 miliardi, presidiando il mercato con applicazioni affermate?

R. Sì. Di fatto siamo al 1998 della new economy, quando il motore di ricerca principale era Altavista e nessuno si immaginava le ulteriori rivoluzioni e cambiamenti che invece hanno portato alla ribalta Yahoo e infine Google. È indubbio che ci sono Paesi che hanno investito molto sia sulla capacità computazionale che sugli algoritmi, e che ci siano player sia sul fronte hardware che software più evoluti, ma la sfida è ancora aperta, soprattutto perché l’AI si nutre di conoscenze specialistiche e di processi, e l’Italia è un Paese con una base di conoscenze e di capitale umano secondo a nessuno. Ad esempio la lingua italiana è molto più articolata, approfondita e con maggiori sfumature dell’inglese o di altre lingue, abbiamo una storia che ci ha permesso di raccogliere secoli di letteratura e di quotidiani che costituiscono una base unica su cui addestrare modelli di AI. Infine abbiamo specificità nel tessuto industriale e manifatturiero che ci differenziano da Paesi come la Cina e gli Usa.

D. E quindi?

R. C’è ancora uno spazio di mercato importante che va colmato e che può essere colmato da attori italiani. Pensiamo ad esempio all’adozione di soluzioni di AI nei comparti industriali del Paese che ad oggi non si sono ancora aperti a questa innovazione, oppure alle applicazioni di AI su dati come quelli sanitari che hanno una sensibilità strategica per l’Italia. Per un investitore come Cdp Venture questa è una grandissima opportunità per garantire competitività al sistema industriale sia dal punto di vista della domanda che dell’offerta di innovazione tecnologica, e per generare importanti ritorni finanziari per gli investitori.

D. La startup italiana iGenius sta cercando di raccogliere 650 milioni, con una valutazione post-money da 1,7 miliardi, soldi che farebbero dell’azienda di AI generativa il primo unicorno italiano nel settore. La state guardando?

R. Guardare quello che succede nel mondo dell'innovazione è il nostro pane quotidiano. Guardiamo a loro come ne stiamo valutando molte altre nel Paese. È questo il mestiere degli investment team di Cdp Venture, un lavoro che richiede tempo ed approfondimento adeguato.

D. Nei primi anni di attività, sette delle prime 10 maggiori società al mondo per valore, come Apple, Google, Amazon o Tesla, sono state supportate dal venture capital. In Italia c’è qualche startup dalle grandi potenzialità che in futuro potrebbe arrivare a questi livelli?

R. Assolutamente sì. Parlerei piuttosto di settori di appartenenza. Nella space economy, per esempio, abbiamo autentiche eccellenze. Quasi la metà della stazione spaziale internazionale (Iss) ora in orbita è stata costruita in Italia, che vanta poi potenzialità enormi anche nel biomedicale, nelle scienze della vita e nel riciclo e recupero dei materiali e utilizzo di quelli innovativi. Le tecnologie di stampa 3D oggi, per esempio, sono in grado di modificare e integrare processi produttivi anche pesanti, costruire palette di turbine o addirittura componenti di trivelle. Industria vera, non finanza. Altre eccellenze le troviamo nell’agrifood, dove possiamo essere un Paese di frontiera.

D. È stato appena lanciato il fondo dei fondi Venturitaly2, avete già qualche accordo con fondi nazionali?

R. Uno dei primi investimenti sarà in Nextalia Ventures. È una nuova iniziativa lanciata dalla sgr di Francesco Canzonieri meritevole di supporto per canalizzare investimenti in economia reale, indispensabili per sviluppare nuova impresa in Italia. Questo è un tema centrale che vogliamo portare anche sul tavolo di Confindustria. Negli ultimi 30 anni, la nostra generazione ha consumato imprese ma non ne ha prodotte di nuove. A differenza degli Usa, l’ecosistema italiano non è riuscito a produrre dei campioni nazionali a partire dalle pmi innovative, ossatura industriale del Paese. E tutto ciò nonostante la ricerca e le università nazionali siano tra le migliori al mondo e gli italiani siano storicamente un popolo di innovatori ed imprenditori. Ma paradossalmente, le nostre imprese sono invecchiate: hanno bisogno di innovazione e il venture capital è lo strumento per realizzarla. Se non lavoriamo sulle nuove imprese di oggi non avremo imprese grandi e solide domani.

D. Siete partiti nel 2020. Ci sono già exit su cui state ragionando?

R. Abbiamo cominciato a fare i primi investimenti nella seconda metà del 2020, con un grande lavoro che è stato fatto per montare la macchina, mentre nuovi fondi venivano lanciati. Normalmente un fondo venture dura 10 anni. Quindi, siamo ancora in una fase di costruzione dei portafogli. Nonostante ciò, abbiamo già registrato casi interessanti di exit, dove mediamente abbiamo triplicato il capitale investito. In qualche caso - come Unobravo abbiamo fatto anche meglio. Stiamo valutando in particolare l’exit in alcuni investimenti nel fintech.

D. Quali sono i prossimi step?

R. Mettere a terra il fondo per l’AI. Siamo al lavoro per gli aspetti tecnici e la creazione del nuovo veicolo che arriverà nelle prossime settimane. Stiamo poi rafforzando il dialogo con i possibili finanziatori terzi.

D. Quali?

R. In primis fondi pensione, casse di previdenza e assicurazioni, mondo con cui stiamo interloquendo direttamente e che va convinto della bontà dell’investimento in capitale di rischio in economia reale. Da soli, casse e fondi pensione gestiscono 340 miliardi. Di questi, solo 250 milioni sono stati investiti in fondi di venture capital. Stiamo lavorando anche con il fronte istituzionale per ottenere le semplificazioni regolatorie necessarie a facilitare gli investimenti in capitale di rischio, altrimenti non riusciremo mai a canalizzare il risparmio verso il mondo dell’impresa. Sbloccare anche solo l’1% delle risorse dalle casse e dai fondi pensione significherebbe iniettare oltre 3 miliardi nell’economia reale. (riproduzione riservata)



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