Si tornerà agli anni ’70, quando l’inflazione negli Stati Uniti superava il 10% e i tassi di interesse erano quasi da usura? Speriamo di no. Ma i segnali che arrivano dagli asset manager intervistati da Bank of America non fanno ben sperare. Nel sondaggio dell’11 agosto, condotto dagli strategist Andreas Bruckner e Sebastian Raedler, il 58% dei gestori ritiene che le politiche dell’amministrazione Usa frenino la crescita e spingano l’inflazione, cioè siano stagflazionistiche, in aumento rispetto al 52% di un mese fa. E cresce anche il timore che l’inflazione possa bloccare i tagli dei tassi della Fed: la quota di chi lo considera il rischio principale è balzata dal 15% al 27%.
Questo è un segnale a cui prestare attenzione. Sebbene l’opinione dei money manager non rappresenti la verità assoluta, la loro view sui mercati è tra le più attendibili. Hanno infatti accesso a informazioni di mercato in tempo reale e a ricerche approfondite, analizzano continuamente economie e settori per conto dei loro clienti e le loro aspettative influenzano direttamente i flussi di capitale.
In un contesto di stagflazione — caratterizzato da alta inflazione, tassi d'interesse elevati e crescita stagnante — gli asset manager e gli economisti indicano alcuni settori più resilienti. Secondo Business Insider, tra i migliori performer storici troviamo i servizi di comunicazione, le utility, l’energia, i beni di consumo essenziali (consumer staples) e la sanità, tutti con rendimenti annualizzati del 10-11%.
Sanità, energia, utility e beni di consumo essenziali sono particolarmente resilienti in quanto settori «non ciclici», cioè legati a bisogni primari che non possono essere facilmente rinviati o tagliati. Le persone continueranno a curarsi, accendere la luce, scaldare la casa e comprare cibo anche se l’inflazione dovesse erodere il potere d’acquisto o la crescita economica fosse debole. Questo rende i ricavi di queste aziende più stabili e meno sensibili ai cicli economici.
Anche Barron’s, citando l’analisi di Ned Davis Research, conferma come tecnologia, servizi di comunicazione, sanità e beni di prima necessità siano tra i settori più difensivi in uno scenario di stagflazione.
Dall’altro lato, in uno scenario di stagflazione, alcuni settori storicamente mostrano performance deboli. Secondo Business Insider, che cita, tra le altre cose, una ricerca di Bank of America, si registrano grosse difficoltà nei settori degli industriali, dei consumi discrezionali, dei materiali e della tecnologia.
Anche Schroders – società di gestione patrimoniale britannica, fondata nel 1804 e con sede a Londra – conferma, in un articolo pubblicato sul sito Schroders.com, che il settore dei consumi discrezionali tende a sottoperformare, a causa dalla riduzione della spesa non essenziale degli utenti.
Inoltre, Trustnet, piattaforma online del Regno Unito specializzata in informazioni e analisi sui mercati finanziari, identifica tra i settori più colpiti la tecnologia, i titoli growth, e il comparto finanziario, spiegando che i primi soffrono per la riduzione dei tassi di crescita attesi e l’erosione dei margini a causa del costo del denaro, mentre i secondi risentono della contrazione nella domanda di prestiti e del rischio crescente di default.
In ultima analisi, in uno scenario di stagflafione è consigliabile evitare settori legati alla crescita e alla spesa discrezionale, che sono i più sensibili alla riduzione del potere d’acquisto e all’aumento dei tassi di interesse. (riproduzione riservata)